A trentacinque anni dalla legge quadro 394/1991, il Governo promette di rinnovare il sistema delle aree protette mentre ne svuota le casse
La legge 394 del 1991 resta l’architrave della tutela della natura in Italia, ma è una legge nata in un altro mondo. Precede la Rete Natura 2000, il Codice dei beni culturali e del paesaggio, la riforma dell’articolo 9 della Costituzione che dal 2022 riconosce ambiente, biodiversità ed ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, e le strategie europee sulla biodiversità e sul ripristino della natura. Che vada aggiornata lo dicono tutti: le associazioni, gli enti gestori, i Comuni montani, persino il Governo. Il problema è che cosa il Governo stia facendo, nei fatti, mentre ne parla.
Una riforma sempre «in dirittura d’arrivo»
Nel dicembre 2024 il Ministero dell’Ambiente ha convocato a Roma gli Stati Generali delle Aree Protette. Il ministro Pichetto Fratin ha definito la 394 «un’ottima legge» da adattare a un modello diverso e ha promesso un documento programmatico condiviso, da costruire attraverso una piattaforma aperta agli operatori. Il 22 maggio 2026 il sottosegretario Claudio Barbaro ha annunciato che la riforma era «in dirittura d’arrivo» e che il disegno di legge governativo sarebbe stato presentato entro giugno. A fine settembre, per quanto risulta, quel testo non è ancora approdato in Consiglio dei ministri, mentre le proposte parlamentari, compreso il ddl S. 948 all’esame della Commissione Ambiente del Senato e le iniziative dell’opposizione, restano ferme alla fase delle audizioni.
Il taglio del 23%: la vera politica sui parchi
Se la riforma non arriva, arrivano invece i tagli. Nelle settimane tra giugno e luglio 2026 il Ministero ha comunicato agli enti gestori i trasferimenti per l’anno in corso: una riduzione media intorno al 23% rispetto al 2025, non lineare, con punte superiori ai 700 mila euro per alcuni parchi. Il Ministero la riconduce ai minori stanziamenti della Legge di Bilancio 2026; il presidente di Federparchi, Luca Santini, ha spiegato che le risorse sono state di fatto dirottate sul taglio delle accise sui carburanti. La tutela della biodiversità, in altre parole, è stata trattata come una voce sacrificabile per finanziare una misura congiunturale.
I numeri dei singoli enti rendono concreto il danno. Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, riserva UNESCO con circa 400 mila pernottamenti l’anno, perde complessivamente 1,54 milioni di euro tra personale e bando Parchi per il Clima; l’Appennino Tosco-Emiliano oltre 2,3 milioni. Il fondo per l’efficientamento energetico degli enti è stato azzerato per il 2026. Le associazioni ambientaliste denunciano il rischio per monitoraggio della fauna, prevenzione degli incendi e cofinanziamento dei progetti europei LIFE: si tagliano pochi milioni e si rischia di perdere risorse europee ben maggiori.
La contraddizione è evidente. La stessa Legge di Bilancio che riduce i trasferimenti istituisce il Parco nazionale della Costa dei Trabocchi, e il 26 settembre è entrata in vigore la legge che prevede l’area marina protetta dell’Isola di Capri. Si istituiscono parchi per legge e li si definanzia per circolare ministeriale: è la politica delle bandierine, utile nelle conferenze stampa, inutile per gli ecosistemi.
Parchi come economia, non come vincolo
Il Governo ripete che le aree protette devono smettere di essere percepite come «dispensatrici di divieti» e diventare strumenti di sviluppo. È un’idea giusta, ma va presa sul serio. L’Italia conta 24 parchi nazionali e oltre 800 aree protette, che sono territori abitati e produttivi. Nei Comuni dei parchi nazionali e regionali sono state censite circa 232 mila aziende agricole su oltre 1,2 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata, accanto a un patrimonio diffuso di produzioni tipiche. Turismo naturalistico, agricoltura biologica, filiere di qualità e gestione forestale sostenibile generano reddito proprio perché il capitale naturale è conservato.
Ma lo sviluppo compatibile non nasce da solo: richiede enti con personale, piani aggiornati, capacità di progettazione e controllo. Tagliare proprio le funzioni di presidio significa rendere i parchi più fragili e quindi più facilmente attaccabili. E il sospetto che «valorizzazione» stia diventando sinonimo di deregolamentazione è alimentato dalle altre scelte della maggioranza, a partire dalla riforma della legge sulla caccia, che allenta le tutele anche nei territori a ridosso delle aree protette.
L’obiettivo 30% al 2030 e la distanza dalla realtà
Con la Strategia nazionale per la biodiversità 2030 e l’adesione agli impegni della COP15, l’Italia si è impegnata a proteggere legalmente almeno il 30% del territorio terrestre e marino entro il 2030, con una quota in protezione rigorosa. Il Governo rivendica una copertura intorno al 23%, ma il dato somma aree con livelli di tutela e di gestione molto diversi, a partire dai siti Natura 2000 spesso privi di un vero soggetto gestore. Il nodo non è solo quanta superficie si perimetra, ma quanta viene effettivamente governata. Ed è difficile credere all’ambizione di un esecutivo che nel 2024 ha votato contro il Regolamento europeo sul ripristino della natura e che ora riduce le risorse agli enti chiamati ad attuarlo.
Il caso Veneto: una Regione ferma al 1984
Il Veneto è il laboratorio perfetto per capire che cosa accade quando all’inerzia nazionale si somma quella regionale. La cornice normativa è ancora la legge regionale 40 del 1984, precedente persino alla legge quadro nazionale e mai sostituita. La superficie tutelata come parchi e riserve è ferma da anni intorno al 5,1% del territorio, lontanissima dal 30% al 2030. La Regione rivendica circa 537 mila ettari, ma ci arriva sommando la rete Natura 2000: un esercizio contabile che non aggiunge un solo ettaro effettivamente gestito.
L’ultimo parco regionale è stato istituito nel 1997. I parchi previsti dal Piano territoriale regionale di coordinamento sono rimasti sulla carta: Laguna di Venezia, Cansiglio, Altopiano dei Sette Comuni, Monte Baldo, Colli Berici. Il parco interregionale del Delta del Po, che dovrebbe unire la parte veneta e quella emiliano-romagnola di uno dei più importanti sistemi umidi d’Europa, è bloccato da decenni dalla mancata intesa tra le due Regioni. Sul mare il bilancio è zero: nessuna area marina protetta, con le tegnùe di Chioggia tutelate soltanto come Zona di tutela biologica dal 2002. Anche la governance ha vissuto anni di precarietà, con i commissariamenti degli enti tra il 2014 e il 2018 e le Consulte dei Parchi nominate solo con il decreto n. 30 del 20 aprile 2026.
Su questo quadro si abbatte il taglio statale. L’unico parco nazionale veneto, quello delle Dolomiti Bellunesi, istituito nel 1990 e parte del sito UNESCO delle Dolomiti, lavora da sempre con una struttura minima e ha costruito la propria capacità di investimento soprattutto su fondi europei, regionali e privati: nei primi quindici anni di vita i trasferimenti ordinari dello Stato hanno coperto meno di un terzo degli investimenti realizzati. È proprio questo modello, fondato sul cofinanziamento dei progetti, a essere messo a rischio quando si riducono le risorse di base. Altre Regioni hanno scelto di reagire: l’Emilia-Romagna ha stanziato 1,2 milioni per il 2026 destinati a parchi e biodiversità. Da Palazzo Balbi, dove la Giunta Stefani si muove in piena continuità con l’era Zaia, non è arrivato nulla di simile.
Verona: la Lessinia sotto pressione, il Baldo senza parco
Il Veronese concentra le contraddizioni regionali. Il Parco naturale regionale della Lessinia, oltre 10 mila ettari istituiti nel 1990, ha rischiato di essere ridotto: nel 2020 una proposta di legge di consiglieri regionali veronesi della maggioranza, già votata in commissione Ambiente, puntava a sottrargli circa un quinto della superficie per aprirla alla caccia al cinghiale, e solo la mobilitazione di migliaia di cittadini ha costretto la maggioranza alla retromarcia. È il segno di come, per una parte della politica regionale, un parco resti un ostacolo da ridimensionare. Il Monte Baldo, uno dei grandi serbatoi di biodiversità delle Alpi, «giardino d’Europa» per i botanici, attende un parco che la Regione prevede da decenni senza istituirlo, mentre il Piano d’Area Baldo-Garda, adottato nel 2010, non è mai stato approvato e le sue salvaguardie sono decadute. Il risultato si vede nei conflitti territoriali: la discarica di inerti di località Mirabei a Caprino Veronese, ai piedi del Baldo, ha dovuto essere fermata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 6844/2026, dopo un’autorizzazione costruita sull’interpretazione regionale del piano rifiuti, smentita dai giudici. Dove manca la tutela strutturata, la difesa del territorio è affidata ai ricorsi dei Comuni.
C’è poi il nodo del suolo. In una regione con l’11,86% di territorio consumato e una legge sul contenimento del consumo di suolo, la LR 14/2017, svuotata dalle deroghe, le aree protette sono l’ultimo argine stabile. Non è un caso che la perimetrazione delle aree tutelate pesi anche sulla mappatura delle aree idonee alle rinnovabili, che nel Piano regionale adottato quest’estate vede proprio Verona come prima provincia per superfici individuate. Senza nuovi parchi, la pianificazione del territorio veneto continua a essere decisa altrove.
Che cosa servirebbe davvero
Una riforma credibile dovrebbe partire da alcuni punti chiari. Primo, un finanziamento pluriennale certo e sottratto alle manovre di bilancio, perché un parco non si gestisce a colpi di tagli annuali. Secondo, una governance fondata su competenze e non su nomine politiche, con un coordinamento nazionale capace di tenere insieme parchi nazionali, regionali, riserve e rete Natura 2000. Terzo, la parificazione delle aree marine protette ai parchi, per colmare un vuoto storico nella tutela del mare. Quarto, una vera infrastruttura verde e blu, fatta di reti ecologiche e corridoi, collegata alla pianificazione urbanistica e al contenimento del consumo di suolo. Quinto, strumenti per remunerare i servizi ecosistemici e sostenere le economie locali compatibili.
Al Veneto si chiede altrettanto, e subito: una nuova legge regionale sulle aree protette che superi la LR 40/1984; l’istituzione dei parchi previsti dal PTRC, a partire da Monte Baldo e Colli Berici; l’intesa con l’Emilia-Romagna per il parco del Delta del Po; una proposta di area marina protetta per le tegnùe; nessuna riduzione dei perimetri dei parchi esistenti; un fondo regionale che compensi almeno in parte i tagli statali.
Serve anche una visione che tenga insieme patrimonio naturale e culturale: nei parchi italiani biodiversità, paesaggio, architetture rurali, saperi e produzioni tipiche sono parti dello stesso equilibrio, e la qualità degli ecosistemi dipende anche dalla permanenza delle comunità. La tutela non è un vincolo esterno allo sviluppo, ma la condizione per renderlo duraturo. Un Governo che la considera un capitolo di spesa da comprimere quando serve fare cassa dimostra di non averlo capito, qualunque cosa dica il prossimo disegno di legge.
(fonte: Michele Bertucco Blog)