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Aggiornamento dalla Rete Red pro Zapa sulla campagna "Una sala operatoria nella Selva Lacandona"
Da oltre 32 anni gli zapatisti stanno costruendo, passo dopo passo, un Progetto Sanitario Autonomo. Grazie al lavoro dei "promotori e delle promotrici di Salute", i tassi di mortalità infantile e materna sono diminuiti e malattie un tempo letali possono ora essere curate: ciò è dovuto in parte al fatto che questo Sistema Sanitario Autonomo punta sulla prevenzione. In questo Sistema Sanitario Autonomo, i promotori e le promotrici di Salute assistono sia gli zapatisti che i non zapatisti.
Nell'agosto 2024 abbiamo appreso del piano zapatista per compiere un ulteriore passo avanti nella costruzione di un Sistema Sanitario Autonomo: l’avvio dei lavori per la realizzazione di una sala operatoria nella Selva Lacandona.
La Rete Zapatista Europea ha deciso di contribuire, nel suo piccolo, a questo importante progetto lanciando una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi. Tra il novembre 2024 e l'aprile 2025, grazie a diverse iniziative di solidarietà e a una campagna di Crowfunding, abbiamo raccolto oltre 130.000 euro che abbiamo già consegnato alle compagne e ai compagni zapatisti.
Nel 2026 è stata avviata la seconda fase della costruzione della sala operatoria, poiché i lavori non sono ancora ultimati: c'è ancora molto da fare. La costruzione della sala operatoria – che in realtà diventerà un vero e proprio ospedale – è già in corso e i progressi sono notevoli; il progetto è realizzato collettivamente dalla comunità: vi partecipano fratelli e sorelle di diversa estrazione politica e religiosa, zapatisti e non, poiché "la malattia non fa distinzioni di appartenenza".
La struttura comprenderà un reparto di degenza, una sala operatoria, una sala di sterilizzazione, un pronto soccorso, un ambulatorio ginecologico, un ambulatorio odontoiatrico, una sala ecografica, un laboratorio di analisi cliniche, oltre a un’area dedicata alle piante officinali e un'area riservata ai familiari dei pazienti.
La struttura portante e la copertura sono già state completate, ma restano ancora da realizzare gli impianti elettrici e da installare le attrezzature: per questo la campagna continua.
Naza: il film a Vittorio Veneto e Conegliano
Invito al cinema per vedere NAZA.
Non è (solo) un satirico gioco di parole a dare il titolo a NAZA, documentario dei giornalisti e registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor in concorso a Venezia 83. Se un’eventuale crasi tra nazismo e Gaza sarebbe stata infatti agghiacciante, lo è doppiamente il reale significato del termine, derivante direttamente dal gergo militare dell’IDF e che indica il danno collaterale. In soldoni, le morti di civili che per questioni di forza maggiore (quasi sempre riconducibili in realtà a obiettivi bellici di rilevanza tutt’altro che elevata) sono considerati sacrificabili dagli ufficiali israeliani
a Vittorio Veneto in sala dall'1 al 7 ottobre > MULTISALA VERDI
La verità giudiziaria per Regeni: condanne agli agenti egiziani
di Mario Di Vito
La Corte di Roma condanna tre agenti egiziani per sequestro e tortura di Giulio Regeni, ma li assolve dall'omicidio. La sentenza, pur storica, è incompleta e segnata dall'omertà del regime egiziano.
Colpa di Stato Sequestro e tortura, ma non omicidio: dieci anni a tre imputati Assolto il quarto. La procura: «L’impianto accusatorio ha retto»
Una sentenza che è come il dolore degli altri: soltanto a metà. Le sei del pomeriggio sono passate da quasi venti minuti quando i giudici della prima corte d’assise di Roma entrano nell’aula intitolata a Vittorio Occorsio. La presidente Paola Roja legge il dispositivo. Tre dei quattro agenti dei servizi egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni nel gennaio del 2016 sono colpevoli. Colpevoli solo di averlo sequestrato e torturato, però. Non colpevoli di averlo ucciso. Nel dettaglio, il colonnello Uhsam Helmi, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere. Il generale di polizia Tariq Sabir è stato assolto. Salvo sorprese, non ci saranno ricorsi in Appello.
Il folto pubblico arrivato a piazzale Clodio, tutti con qualcosa di giallo addosso, il colore simbolo della campagna per la verità per Giulio Regeni, è rimasto in silenzio. Spiazzato forse dal non aver mai sentito la parola «ergastolo», che il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per Sharif. Confuso, come accade quasi sempre, dall’elenco di articoli del codice penale e del codice di procedura che si rendono necessari ai giudici per pronunciarsi «nel nome del popolo italiano».
Le parti in causa, comunque, sono rimaste tutte soddisfatte dal verdetto. A partire dalla procura. Per il capo Francesco Lo Voi, pure presente in aula, «la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto». E poi, continua, «si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane». È vero: di 64 richieste inoltrate dagli inquirenti italiani al Cairo solo 25 hanno ricevuto una risposta. Difficile fare di più se gli investigatori non hanno mai avuto accesso alle celle telefoniche degli indagati, se non hanno mai potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, se non hanno mai ricevuto i documenti della National security sul monitoraggio delle attività del ricercatore italiano.
«La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», dice Alessandra Ballerini, l’avvocata che in questi dieci anni ha sempre accompagnato Claudio Regeni, sua moglie Paola Deffendi e la loro figlia Irene. «Il governo prenda atto e rompa i rapporti con l’Egitto», aggiunge. Colaiocco, che dopo la requisitoria a giugno aveva detto che questo processo gli ha cambiato la vita, parla di «sentenza storica» perché «abbiamo visto cosa significa vivere in una democrazia: rispondere all’orrore della tortura con la forza del diritto». Quello che non è arrivato, secondo il magistrato, «è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto». Anche le difese (d’ufficio) degli imputati cantano vittoria per un verdetto che, quantomeno secondo le attese, poteva essere molto più duro di così.
In fondo la sentenza rispecchia bene l’andamento di un dibattimento che è stato parecchio tortuoso, pieno di testimoni importanti e ricco di colpi di scena procedurali, a partire dal suo esordio: è stata la Corte costituzionale a consentire che si potesse celebrare pure in totale assenza degli imputati. Il che, forse, rende onore alla ricerca della verità per la morte di Regeni, ma lascia per sempre in sospeso l’esecuzione della pena. I condannati (anche al risarcimento delle spese legali e a una provvisionale sia verso la famiglia sia verso la presidenza del consiglio dei ministri) resteranno entità senza volto né storia. Dalla Farnesina fanno sapere che prima di esprimere qualsiasi giudizio si aspetterà di leggere le motivazioni della sentenza. Lo stesso faranno in Egitto, «approfonditamente».
È il seguito che già si annuncia. Ora che c’è una verità giudiziaria e che è stato accertato il coinvolgimento delle autorità del Cairo, come evolveranno i rapporti con il nostro paese? «Bisogna prendere atto che l’Egitto è un regime», commenta la segretaria del Pd Elly Schlein. Sarà ancora possibile fare finta di niente? La risposta si trova fuori dal tribunale di Roma. Le opposizioni già chiedono cosa abbia intenzione di fare il governo e reclamano la presenza di Tajani in aula per un’informativa. Si vedrà: niente è mai stato scontato in questa vicenda.
Prima di tutto questo, la giornata era cominciata molto presto con il tradizionale presidio in giallo davanti all’ingresso della città giudiziaria. Tra gli altri c’erano Schlein e il deputato dem Gianni Cuperlo, insieme alla «società civile» che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno, udienza dopo udienza. Da Beppe Giulietti di Articolo 21 ad Ascanio Celestini. Poche dichiarazioni e poi tutti verso l’aula Occorsio. La corte è entrata verso le 10 soltanto per dare appuntamento alle 18. E così è cominciata l’attesa più lunga, perché nel giorno della verità i minuti pesano quasi quanto i mesi passati a scontrarsi contro il muro di gomma egiziano. La sensazione, per tutti, era la stessa: qualsiasi cosa succederà, verrà messo un punto a uno dei casi più dolorosi e opachi della storia italiana recente.
All'ora della sentenza quasi non si respira per la calca dentro l’aula. Arrivano le condanne e poi scorrono i titoli di coda. Quando già sono sul vialetto che porta all’uscita, circondati dai fotografi, dagli operatori con la telecamera in mano e dai giornalisti con i microfoni, l’avvocata Ballerini e i familiari di Regeni tornano indietro. Vogliono salire al primo piano per parlare con i pm. «Scusateci», dicono sottovoce. «Voi non dovete scusarvi di niente», risponde il funzionario di polizia che li accompagna, mentre si fa strada in mezzo alla folla.

La Rassegna presenta cinque opere nuovissime di grande attualità compreso il film sulla Palestina, in programma in 10 novembre. Vedi tutto il programma:
29 settembre
Silent Friend
film, Germania, Francia, Ungheria,2025, 145'
regia di Ildikó Enyedi
Nel vecchio giardino botanico di Marburgo (Germania) si erge un maestoso ginkgo biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i tranquilli ritmi di trasformazione attraverso tre vite umane. Silent Friend è un magnifico film sensitivo che con ipnotici effetti visivi riesce miracolosamente a filmare l’energia degli esseri viventi.
13 ottobre
Maledetti vegani
documentario, Italia, 2026, 81'
regia di Fabrizio Gammardella
L’idea di questo documentario non è tanto smontare i miti sul veganismo con un’inchiesta scientifica, ma raccontare il movimento vegan attraverso storie e testimonianze, mostrando come questa scelta stia entrando sempre più nella società italiana. Maledetti vegani racconta una rivoluzione fatta di scelte quotidiane, di piccoli cambiamenti, che non vuole imporre, ma ispirare.
27 ottobre
Va' Sentiero
documentario, Italia, 2026, 100'
regia di Andrea Buonopane & Emanuele Mercurio
Sette giovani decidono di attraversare a piedi l’intero Sentiero Italia, il trekking più lungo del mondo fatto in tre anni di viaggio. Sono 7.887 chilometri, 20 regioni, centinaia di montagne. Va' Sentiero è un documentario spettacolare che unisce l’epica del grande viaggio alla profondità del racconto umano, trasformando un’avventura straordinaria in una riflessione sul nostro tempo.
10 novembre
Palestina 36
Quando tutto ebbe inizio
film, Palestina-Francia, 2025, 119'
regia di Annemarie Jacir
1936. Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico, Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respira grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini. Ma la storia è inesorabile, e tutti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione.
24 novembre
Per silenzio e vento
documentario, Italia, 2025, 85’
film di Matteo Righetto, regia di Marcco Zuin
Attraverso lo sguardo dello scrittore Matteo Righetto e il suo incontro con alpinisti, studiosi e persone che in montagna vivono e lavorano, il documentario riflette sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ecologica e di pressione turistica: è possibile vivere più lentamente, riscoprendo il selvatico e contrastando la frenesia urbana?
INTERVISTA A MARCO REVELLI ( da il Fatto Quotidiano)
"È in atto una gigantesca campagna di condizionamento mentale pro-guerra, ma almeno tengano giù le mani dai partigiani".
Dopo ogni domanda Marco Revelli si prende qualche secondo, fa sentire il peso di ogni ragionamento sulla Resistenza, l'argomento che da politologo ha studiato per una vita, ma che prima ancora porta nella carne, figlio di quel Nuto Revelli che della Liberazione fu protagonista.
E allora non ci sta, Revelli, all' equazione divenuta ricatto morale: se sei fiero della Resistenza, devi per forza volere gli aiuti militari all'Ucraina. In una parola: "Una bestemmia".
_ Professor Revelli, la sovrapposizione tra Resistenza italiana e guerra in Ucraina è frequente. _
"Credo che non abbia fondamento storico né etico. Da figlio di partigiano, cresciuto in quella cultura, da persona che non ha mai omesso di festeggiare un 25 Aprile, quando sento questo paragone provo un senso di disagio. Non perché non mi senta vicino agli Ucraini e a chi soffre, tutt'altro!, ma per una quantità di ragioni". _ La prima? "La Resistenza aveva il suo fondamento qualificante nella spontaneità e nel carattere volontario. Non c'erano Suv neri che caricano a forza i giovani per arruolarli, questo lo facevano i repubblichini. E poi ve lo immaginate Ferruccio Parri che gira il mondo parlando solo di armi o chiedendo soldi? È grazie a quelli come lui se nella nostra Costituzione c'è l'articolo 11 e il ripudio della guerra. Aggiungerei che in Ucraina, certo invasa, si fronteggiano due Stati e due eserciti. Quando parliamo di dare armi a Kiev, parliamo di governi che cedono armamenti a un altro governo, non di popoli che aiutano con convinzione e altruismo un altro popolo, il che è ben diverso".
_ Anche ai partigiani però venivano fornite armi dagli Alleati...
"All' inizio dagli Alleati arrivavano armi con contagocce, e non certo a tutte le formazioni, per esempio non ai comunisti. Ma il grosso degli armamenti i partigiani lo conquistavano in battaglia. Io sono di Cuneo e uno dei motivi per cui qui la Resistenza fu molto forte è perché si sciolse la Quarta armata in ritirata dalla Francia, abbandonando le armi. La formazione di mio padre, la Banda Italia Libera, si è armata così, e poi attaccando caserme fasciste, postazioni militari, eccetera. Armi leggere, ovviamente. I lanci degli Alleati non erano certo condizione sufficiente per portare avanti la Resistenza".
_ Esiste una sovrapposizione ideologica possibile?
"La Resistenza italiana, con l'eccezione dei badogliani, era scevra da ogni elemento di nazionalismo. E qui sta un'altra grande differenza. Come ha scritto lo storico Claudio Pavone, la nostra è stata senz'altro una guerra di liberazione e una guerra civile, ma anche, aggiungerei, una guerra interiore. Chi ha fatto la scelta partigiana ha combattuto i fascisti e i tedeschi, ma pure quella commistione di fascismo e nazionalismo che aveva respirato per vent'anni. Quel pezzo di fascismo che avevano dentro. Se penso alla scelta partigiana di mio padre, penso al riscatto dei suoi compagni caduti in Russia per colpa del fascismo, penso alla vendetta nei confronti dei tedeschi, ma anche al riscatto di quei 20 anni di ignoranza in cui era cresciuto assorbendone alcuni elementi. Questa specificità non è nulla che si possa assimilare a quanto accade in Ucraina".
_ Il fatto che la Resistenza proseguisse in parallelo con le battaglie degli Alleati implica qualche altra differenza?
"Certo. La nostra Resistenza si inserisce dentro una guerra mondiale già in corso subendone le vicissitudini. L'Ucraina no, può essere al contrario il detonatore di una guerra mondiale che sarebbe totale nella sua distruttività. D'altra parte è indubbio che i partigiani non avrebbero potuto vincere da soli, anche se il contributo militare è stato comunque rilevante. Il loro destino dipendeva da eventi enormi, come Stalingrado, lo sbarco in Normandia, lo sbarco in Sicilia. La Resistenza però e soprattutto ha permesso all'Italia di emendarsi della colpa vergognosa del fascismo, altrimenti sarebbe rimasta inchiodata alla vergogna del regime".
_ Dunque è un dibattito falsato in partenza?
"Quante altre 'resistenze' dovremmo sostenere nel mondo? Quella palestinese (cosa direbbero i fautori delle armi a Kiev se qualcuno proponesse di riempire di armi la Palestina?). O forse la difesa dell'Iran (anche lì c'è un aggredito e un aggressore), o del Venezuela ... È in atto una gigantesca campagna di condizionamento mentale per prepararci alla guerra con tecniche truffaldine che suonano come un insulto alla nostra intelligenza.
Con La foresta del Cansiglio nella conca dell’Alpago di Virginio A. Doglioni la Biblioteca Digitale del Cansiglio si è arricchita del suo 500° documento, un libro edito, in numero limitato, nel 1957 dall’Amministrazione Forestale Demaniale del Cansiglio in occasione della VI^ Festa della Montagna.