La verità giudiziaria per Regeni: condanne agli agenti egiziani
di Mario Di Vito

La Corte di Roma condanna tre agenti egiziani per sequestro e tortura di Giulio Regeni, ma li assolve dall'omicidio. La sentenza, pur storica, è incompleta e segnata dall'omertà del regime egiziano.

Colpa di Stato Sequestro e tortura, ma non omicidio: dieci anni a tre imputati Assolto il quarto. La procura: «L’impianto accusatorio ha retto»
Una sentenza che è come il dolore degli altri: soltanto a metà. Le sei del pomeriggio sono passate da quasi venti minuti quando i giudici della prima corte d’assise di Roma entrano nell’aula intitolata a Vittorio Occorsio. La presidente Paola Roja legge il dispositivo. Tre dei quattro agenti dei servizi egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni nel gennaio del 2016 sono colpevoli. Colpevoli solo di averlo sequestrato e torturato, però. Non colpevoli di averlo ucciso. Nel dettaglio, il colonnello Uhsam Helmi, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere. Il generale di polizia Tariq Sabir è stato assolto. Salvo sorprese, non ci saranno ricorsi in Appello.

Il folto pubblico arrivato a piazzale Clodio, tutti con qualcosa di giallo addosso, il colore simbolo della campagna per la verità per Giulio Regeni, è rimasto in silenzio. Spiazzato forse dal non aver mai sentito la parola «ergastolo», che il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per Sharif. Confuso, come accade quasi sempre, dall’elenco di articoli del codice penale e del codice di procedura che si rendono necessari ai giudici per pronunciarsi «nel nome del popolo italiano».

Le parti in causa, comunque, sono rimaste tutte soddisfatte dal verdetto. A partire dalla procura. Per il capo Francesco Lo Voi, pure presente in aula, «la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto». E poi, continua, «si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane». È vero: di 64 richieste inoltrate dagli inquirenti italiani al Cairo solo 25 hanno ricevuto una risposta. Difficile fare di più se gli investigatori non hanno mai avuto accesso alle celle telefoniche degli indagati, se non hanno mai potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, se non hanno mai ricevuto i documenti della National security sul monitoraggio delle attività del ricercatore italiano.

«La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», dice Alessandra Ballerini, l’avvocata che in questi dieci anni ha sempre accompagnato Claudio Regeni, sua moglie Paola Deffendi e la loro figlia Irene. «Il governo prenda atto e rompa i rapporti con l’Egitto», aggiunge. Colaiocco, che dopo la requisitoria a giugno aveva detto che questo processo gli ha cambiato la vita, parla di «sentenza storica» perché «abbiamo visto cosa significa vivere in una democrazia: rispondere all’orrore della tortura con la forza del diritto». Quello che non è arrivato, secondo il magistrato, «è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto». Anche le difese (d’ufficio) degli imputati cantano vittoria per un verdetto che, quantomeno secondo le attese, poteva essere molto più duro di così.

In fondo la sentenza rispecchia bene l’andamento di un dibattimento che è stato parecchio tortuoso, pieno di testimoni importanti e ricco di colpi di scena procedurali, a partire dal suo esordio: è stata la Corte costituzionale a consentire che si potesse celebrare pure in totale assenza degli imputati. Il che, forse, rende onore alla ricerca della verità per la morte di Regeni, ma lascia per sempre in sospeso l’esecuzione della pena. I condannati (anche al risarcimento delle spese legali e a una provvisionale sia verso la famiglia sia verso la presidenza del consiglio dei ministri) resteranno entità senza volto né storia. Dalla Farnesina fanno sapere che prima di esprimere qualsiasi giudizio si aspetterà di leggere le motivazioni della sentenza. Lo stesso faranno in Egitto, «approfonditamente».

È il seguito che già si annuncia. Ora che c’è una verità giudiziaria e che è stato accertato il coinvolgimento delle autorità del Cairo, come evolveranno i rapporti con il nostro paese? «Bisogna prendere atto che l’Egitto è un regime», commenta la segretaria del Pd Elly Schlein. Sarà ancora possibile fare finta di niente? La risposta si trova fuori dal tribunale di Roma. Le opposizioni già chiedono cosa abbia intenzione di fare il governo e reclamano la presenza di Tajani in aula per un’informativa. Si vedrà: niente è mai stato scontato in questa vicenda.

Prima di tutto questo, la giornata era cominciata molto presto con il tradizionale presidio in giallo davanti all’ingresso della città giudiziaria. Tra gli altri c’erano Schlein e il deputato dem Gianni Cuperlo, insieme alla «società civile» che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno, udienza dopo udienza. Da Beppe Giulietti di Articolo 21 ad Ascanio Celestini. Poche dichiarazioni e poi tutti verso l’aula Occorsio. La corte è entrata verso le 10 soltanto per dare appuntamento alle 18. E così è cominciata l’attesa più lunga, perché nel giorno della verità i minuti pesano quasi quanto i mesi passati a scontrarsi contro il muro di gomma egiziano. La sensazione, per tutti, era la stessa: qualsiasi cosa succederà, verrà messo un punto a uno dei casi più dolorosi e opachi della storia italiana recente.

All'ora della sentenza quasi non si respira per la calca dentro l’aula. Arrivano le condanne e poi scorrono i titoli di coda. Quando già sono sul vialetto che porta all’uscita, circondati dai fotografi, dagli operatori con la telecamera in mano e dai giornalisti con i microfoni, l’avvocata Ballerini e i familiari di Regeni tornano indietro. Vogliono salire al primo piano per parlare con i pm. «Scusateci», dicono sottovoce. «Voi non dovete scusarvi di niente», risponde il funzionario di polizia che li accompagna, mentre si fa strada in mezzo alla folla.

Fonte: Il Manifesto