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Presentazione a: Barry Commoner, “Il cerchio da chiudere. Nuova edizione”, Milano, Garzanti, 1986, p. 7-20
Il libro “Il cerchio da chiudere”, di Barry Commoner, che viene ora ripresentato ai lettori italiani, a quasi quindici anni dalla sua prima pubblicazione (l’edizione originale americana uscì nel settembre 1971; la prima traduzione italiana fu pubblicata da Garzanti nel 1973), fu scritto in un momento di straordinario interesse ed ebbe grande influenza sulle idee che hanno ispirato e ispirano la contestazione ecologica.
L’ecologia aveva fatto la sua uscita pubblica, in tutti i paesi del mondo, nell’aprile 1970 con il lancio dell’Earth Day, la «Giornata della Terra». Il Consiglio d’Europa aveva proclamato il 1970 «Anno europeo della conservazione della natura» e le Nazioni unite avevano annunciato, per il giugno 1972, una grande conferenza mondiale sull’ambiente umano. Per molti mesi, i grandi mezzi di comunicazione scoprirono l’ecologia nei suoi vari aspetti, da quelli pittoreschi a quelli rivoluzionari. «Scienza sovversiva», fu chiamata allora da qualcuno.
A dir la verità, la parola ecologia era stata inventata un secolo prima, e precisamente nel 1866, dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) che, nel divulgare le scoperte di Darwin, aveva suggerito la necessità di una disciplina autonoma rivolta alla descrizione dell’influenza che l’ambiente esercita sugli esseri viventi. Tale disciplina avrebbe dovuto descrivere sia gli scambi di materia e di energia fra gli esseri viventi e l’atmosfera, l’acqua, il mare, il terreno, sia gli scambi degli esseri viventi tra di loro, uniti da catene e reti alimentari. Non a caso Haeckel definì l’ecologia «economia della natura».
[...] “Il cerchio da chiudere” denuncia tutti i problemi — pericoli dell’energia nucleare, corsa agli armamenti, eutrofizzazione, nocività dell’acido nitrilotriacetico, tossicità dei pesticidi, inquinamento dovuto alle automobili, ai fosfati nei detersivi, eccetera — che sono al centro del dibattito ecologico ancora oggi (1986), a quindici anni di distanza. Insomma, abbiamo perso quindici anni e non abbiamo imparato niente. La rottura del cerchio della natura non solo non è stata ridotta, ma si è aggravata. Siamo arrivati a un punto oltre il quale non è forse possibile tornare indietro.
Tale punto potrebbe essere rappresentato da qualche forma di inquinamento globale, o da qualche nuova epidemia ambientale o dalla stessa guerra nucleare i cui effetti secondari — una nube di polveri che filtrerebbe per mesi la luce del Sole, lasciando la Terra immersa in un lungo freddo inverno, senza raccolti, con le acque contaminate dalla radioattività, e i sopravvissuti esposti alla morte per fame, sete, malattie — si presentano una possibilità tutt’altro che remota. Ci resta poco tempo per cambiare.