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Il cibo ribelle è un progetto nato in collaborazione con La Grande Via, arricchito dai contributi di grandi nomi come Franco Berrino, Salvatore Ceccarelli, Vandana Shiva, Carlo Triarico. È la rampa di lancio di un progetto ancora più grande, per mettere in circolo tutte le più importanti conoscenze in tema di alimentazione, ambiente e agricoltura. E per permettere di chiamare a raccolta tutte le realtà italiane impegnate per il bene della terra.
Perché la scelta di questo nome, cibo ribelle? «Ribelle perché ristabilisce il valore dei semi, dei territori e delle persone che producono cibo, al di là delle omologazioni della grande industria agroalimentare» commenta Gabriele Bindi. «Siamo di fronte a un colossale inganno, un gioco di prestigio che bisogna a tutti i costi smascherare. Sembra un grande paradosso, ma proprio quando gli scaffali sono pieni e le dispense traboccano, andiamo incontro anche nel nostro mondo opulento e sprecone a carenze alimentari. E mettiamo a soqquadro gli equilibri planetari, costringendo alla fame o all’emigrazione di miliardi di persone nel mondo. Ormai non è più tempo di aspettare, bisogna ribellarsi. La buona notizia è che lo si può fare stando seduti a tavola: si può, anzi, si deve partire dal cibo. È la scelta più concreta. Non c’è scelta più determinante sulle sorti del pianeta, dell’economia, della salute, che mangiare cibo vero. Cibo ribelle».
Gabriele Bindi
Gabriele Bindi, giornalista e guida ambientale ed escursionistica, scrive dal 2008 sul mensile Terra Nuova. Traduttore dal tedesco, collabora con diversi enti di formazione in materia di turismo sostenibile e comunicazione ambientale. Si occupa di filiere agroalimentari e propone viaggi di incontro con il mondo rurale e le produzioni artigianali. Con Terra Nuova Edizioni ha pubblicato Grani Antichi (2016) e Cibo ribelle (2020).