Electrolux, la memoria e il presente della lotta
di Graziano Merotto*
Alla ricerca della mobilità assoluta dei capitali contro la stabilità del lavoro, Electrolux prova a smantellare insediamenti. Anni fa vennero fermati, operai e solidali resistono di nuovo
Eravamo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2014, nel cuore dell’inverno. Faceva freddo, le giornate si allungavano poco a poco e la sera calava presto. Lavoratrici e lavoratori a giornata uscivano dai cancelli dello stabilimento che faceva già buio. Dalle luci al neon dei capannoni passavano per le portinerie illuminate e arrivavano alle automobili parcheggiate sotto le luci del piazzale antistante, oppure si affrettavano alle fermate degli autobus.
Altri, operaie e operai, erano assegnati ai due o tre turni del mattino e del pomeriggio sera, iniziavano prima dell’alba o finivano nella notte. Negli stabilimenti Electrolux di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro i nastri orari della giornata lavorativa e l’organizzazione produttiva potevano essere differenti, così come diversi erano i prodotti finali; le condizioni di lavoro e contrattuali, le fatiche e i disagi, erano condivise.
La lotta che era partita contro il piano di ristrutturazione dell’azienda stravolgeva radicalmente l’andamento della giornata lavorativa in tutti i siti del gruppo e imponeva l’organizzazione operaia agli orari della produzione. Le assemblee dei lavoratori del 28 gennaio avevano deciso un primo pacchetto di venti ore di sciopero dando mandato alla Rsu per realizzarne la massima articolazione anche con iniziative di presidio delle portinerie e dei magazzini e con la massima visibilità sul territorio. Lavoratrici e lavoratori piantonavano gli ingressi e le uscite degli stabilimenti, dove avevano impiantato dei presidi permanenti in azione giorno e notte, attrezzati con tende e camper, tavoli e sedie, fuochi, cibo e bevande.
Il giorno prima, il 27 gennaio, Electrolux aveva presentato un piano industriale che prevedeva la chiusura della fabbrica di Porcia e il mantenimento degli altri stabilimenti a condizioni inaccettabili, quali un taglio generalizzato degli organici, degli stipendi e dei tempi delle mansioni operative, con un aumento dei ritmi di lavoro e la riduzione dell’agibilità sindacale.
Alla fine di gennaio, i blocchi ai cancelli delle fabbriche decisi dalle assemblee istituivano la «dogana operaia». Controllavano la logistica e limitavano l’uscita di mezzi e la spedizione dei prodotti finiti dai magazzini, affiancando gli scioperi che all’interno bloccavano a scacchiera le linee produttive, con una programmazione dei fermi articolata tra linee e reparti, oppure attraverso le fermate di «genere», come a Solaro, dove donne e uomini si alternavano nello sciopero. Ripetuti cortei allargavano la conflittualità sui territori, interrompendo le principali arterie stradali intorno agli stabilimenti e coinvolgendo nelle discussioni i consigli comunali.
La lotta era stata anticipata da un progressivo inasprimento delle cosiddette «relazioni sindacali» nei mesi precedenti e dai provvedimenti con i quali la direzione aveva provato a mettere in pratica i disegni di ristrutturazione, provocando l’immediata proclamazione di alcuni giorni di sciopero. Alla fine del 2012, l’anno prima, era stato rinnovato il contratto dei metalmeccanici senza un’ora di sciopero e senza la firma della Fiom.
La conflittualità aveva seguito andamenti altalenanti, ma il confronto tra l’azienda e i lavoratori non conosceva pause. Il lavoro dipendente impone una continua ristrutturazione dell’organizzazione e degli assetti produttivi, con la quale l’azienda tenta di passare su tempi e addetti alle linee, da cui l’importanza della conoscenza delle operazioni e della vigilanza dei lavoratori e di una buona rappresentanza sindacale interna.
La lotta all’Electrolux nel 2014 è durata oltre sette mesi con decine di scioperi, i blocchi delle merci ai cancelli e i cortei cittadini. I lavoratori hanno salvato gran parte dei posti, assicurando la contrattazione degli esodi e delle riduzioni. L’azienda ha ottenuto aumenti produttivi, con un taglio delle pause e la riduzione dei tempi delle singole mansioni. Si è impegnata a fare investimenti per processi e prodotti in tutti i siti, assicurandosi il sostegno di governo e regioni per la decontribuzione dei contratti, l’innovazione e gli investimenti.
In questi giorni di maggio 2026, sembra riproporsi il 2014. Electrolux Italia propone il taglio di millesettecento dei quattromilacinquecento dipendenti e la chiusura di uno stabilimento, in un largo ridimensionamento produttivo che interessa tutte le sedi italiane e l’intero gruppo svedese, con le chiusure recenti degli stabilimenti di Jászberény in Ungheria (600 licenziamenti), di Santiago del Cile (400 licenziamenti), e di Anderson, South Carolina, Stati Uniti (1.200 licenziamenti).
In effetti, i richiami alla vertenza del decennio scorso compaiono numerosi e ripetuti, in reazione al nuovo drammatico piano annunciato dall’azienda. Nelle assemblee sindacali si è posto il tema della sopravvivenza stessa della fabbrica. Negli incontri con le amministrazioni, negli articoli dei giornali, nelle analisi degli esperti si rivisita l’esperienza della vertenza di una decina di anni fa e si propongono bilanci della trentennale storia «svedese» degli operai italiani, a segnalare una percezione diffusa di crisi esistenziale dell’intera impresa industriale e dei rischi che corrono i posti di lavoro della multinazionale.
Si fanno ipotesi di piani aziendali mirati alla ripetizione del 2014, una nuova tornata di sostegni pubblici e un’ulteriore accelerazione dello sfruttamento della forza lavoro. Trovano spazio congetture sulla vendita al gruppo cinese Midea, ipotesi già apparsa un paio di anni fa e rilanciata dalle notizie recenti di un’alleanza industriale delle due aziende negli Usa. In effetti, il consistente taglio di occupati e la prevista chiusura di interi impianti e reparti rendono evidente il progressivo svuotamento di un programma industriale futuro. Verrebbero azzerate anche recenti innovazioni nella fabbricazione, nelle quali erano stati impegnati parte degli ultimi investimenti, eliminate produzioni programmate nel piano del 2014 o frutto di non lontanissime acquisizioni.
Piani industriali e interventi di ristrutturazione riproposti annualmente dalla direzione italiana hanno colpito le fabbriche e condotto al taglio dei posti, all’aumento dei ritmi alle linee, alla esternalizzazione o cessione delle produzioni di componenti. Un’esasperata gara internazionale verso l’abbassamento dei costi, l’aumento delle quantità orarie prodotte e il taglio del monte salari. Generalmente, le multinazionali adottano una contabilità di breve termine e l’accorciamento dei tempi entro i quali offrire una rendita agli investitori, tralasciando altri elementi, produttivi e industriali, che diventano cruciali nei momenti più critici della concorrenza internazionale.
Electrolux chiude fabbriche che aveva acquisito in alcuni paesi dell’Europa dell’Est, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. D’altra parte, in anni recenti lavoratori di quei paesi hanno scioperato per i salari, denunciando di non riuscire a sopravvivere con il proprio lavoro. Chiudendo lo stabilimento di Jászberény, in Ungheria, licenzia i seicento occupati, nonostante salari medi più bassi di quelli italiani. In precedenza, un paio di anni fa, aveva chiuso la produzione della sua fabbrica di prodotti di refrigerazione a Nyíregyháza, altri seicento dipendenti.
La catena del lavoro multinazionale dell’elettrodomestico ha fatto un giro completo, nel corso di un ventennio. Negli anni Duemila, la fabbrica ungherese di frigoriferi era stata indicata dalla direzione come concorrente di Susegana, sollecitando i lavoratori italiani a accettare condizioni più profittevoli, sotto la minaccia di delocalizzare e trasferire interi reparti. Negli insediamenti messi sul mercato dal crollo delle economie pianificate, la multinazionale svedese replicava le produzioni «italiane» di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie, esaltando una competizione produttiva tra i diversi siti incentrata sul costo del lavoro e a discapito della messa a punto di una filiera produttiva integrata.
In lotta per la difesa dei salari e delle condizioni di lavoro, i dipendenti trevigiani erano stati bollati come «leghisti rossi» dal direttore Castro, gli Chouan di una controrivoluzione padana. Un’accusa assurda e ridicolizzata dagli eventi successivi, ma uscita dalle mura della fabbrica e dilagata nell’opinione pubblica locale e nazionale, che intendeva inchiodare la comunità solidale nella cornice opprimente di un populismo locale, descrivendo la fabbrica del capitale multinazionale e i redditi operai come un bene comune interclassista.
Completata l’acquisizione di Zanussi, Electrolux aveva realizzato una profonda ristrutturazione degli impianti e dell’organizzazione produttiva. Allineando le modalità di gestione della cooperazione interna alla frammentazione internazionale, aveva fatto costruire dei reparti nuovi per i nuovi assunti, che venivano tenuti separati e a una certa distanza dai dipendenti storici. Un modello di fabbrica nella fabbrica che l’azienda ha riproposto trent’anni dopo, con l’introduzione del nuovo reparto robotizzato «Genesi» di Susegana.
Le nuove linee automatizzate rientrano nei progetti di innovazione tecnologica e produttiva avviati appena qualche anno fa dall’azienda nella fabbrica dei frigoriferi, anche grazie al sostegno dei finanziamenti agevolati, e ancora in fase di messa a regime. Come per altri stabilimenti, il nuovo piano di ristrutturazione del maggio 2026 prevede un’inversione completa o un ridimensionamento delle innovazioni di prodotto e di processo introdotte dopo il 2014. Un sorprendente cambio di direzione che, sempre a Susegana, ricorda l’esperimento delle «isole di montaggio», con le quali l’azienda progettava di eliminare le catene, negli anni Novanta. L’azienda vorrebbe chiudere anche la fabbrica di cappe di Cerreto d’Esi (An), con centosettanta dipendenti, acquisita nel 2017 quando aveva assorbito la Best.
La catena di montaggio dell’elettrodomestico è entrata in funzione negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è più fermata, vincolando ai ritmi logoranti delle mansioni contingenti crescenti di forza lavoro e i destini professionali ed economici delle numerose comunità locali. Negli accordi successivi al Duemila, Electrolux imponeva a più riprese aumenti della velocità di avanzamento delle catene, stracciando l’accordo del 1975 che aveva posto il limite di un minuto per il tempo minimo di una mansione alle linee. A inizio Duemila erano diecimila i dipendenti del gruppo impiegati negli stabilimenti italiani, appena un terzo della forza lavoro acquisita da Zanussi.
Negli anni l’aumento dei ritmi e il taglio dei tempi hanno incrementato la produttività oraria e dei lavoratori negli stabilimenti e l’intensificazione dello sfruttamento per occupate e occupati, mentre sono continuate le uscite incentivate e le dimissioni di personale. L’azienda ha introdotto nuove linee e lavorazioni, chiudendone altre e innovando parte dei cicli e dei prodotti finiti.
I seimila e cinquecento occupati del 2014, sono diminuiti a quattromila e cinquecento, duemilaottocento operai e millesettecento impiegati, riduzione che ha interessato alcuni siti più di altri. L’età media dei dipendenti si è abbassata e si è innalzato il livello della formazione scolastica. È progredita la presenza degli operai di origine straniera, mentre la componente femminile si è consolidata a livelli superiori al cinquanta per cento. Donne e immigrati sono maggiormente impiegati nei reparti operativi e nelle postazioni alle linee, alle quali è comunque adibita oltre la metà degli occupati.
La produzione industriale dell’elettrodomestico in Italia iniziava alla Fiat negli anni Trenta, per saturare gli impianti delle lavorazioni principali. Dopo la guerra, mentre l’auto improntava lo sviluppo industriale delle regioni del Nord ovest, l’elettrodomestico si espandeva nelle province defilate della cosiddetta «terza Italia». Insieme costituivano il primo e il secondo tra i settori industriali italiani, nella seconda metà del Novecento.
Negli ultimi decenni, elettrodomestico e automobile hanno caratterizzato il declino industriale del paese, con una certa sfasatura temporale negli inizi. In entrambi i settori, si sono ridotti i numeri delle produzioni interne e sono aumentati i pezzi importati, mentre proposte di un collocamento nelle produzioni di modelli più cari e a maggior valore aggiunto, il cosiddetto «alto di gamma», sono offerti come rimedio all’avanzare della crisi e all’incalzare della concorrenza straniera, proveniente dai produttori asiatici e cinesi in particolare. Una scelta strategica fondamentale non solo italiana, accolta anche da una parte del fronte sindacale, che ha comportato la riduzione dei volumi prodotti, un doloroso taglio degli occupati, con risultati industriali che si sono dimostrati fallimentari.
Il progressivo dimagrimento, così come il posizionamento nei modelli più cari, vanno compresi fra i tentativi compiuti dal capitale industriale multinazionale europeo e atlantico di emanciparsi dalla classe operaia di fabbrica. Sullo sfondo di tali processi, la diffusione degli elettrodomestici cinesi è progredita, accelerando in coincidenza con le ricadute sui redditi della crisi del 2007-08 e poi della guerra russo-ucraina. La scelta di produrre i modelli più cari incrocia la perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi e indirizza la produzione verso le esportazioni.
Il capitale multinazionale sogna una mobilità perfetta che stride con la stabilità degli insediamenti produttivi e la messa al lavoro di persone, e non solo forza lavoro, cancellando ogni società territoriale e ogni elemento della riproduzione. Nella storia recente del settore si sono ripetuti i casi di imprese multinazionali che hanno prima acquisito e poi smantellato gli stabilimenti produttivi italiani, accelerando la riduzione dei volumi finiti in corso dai primi anni Duemila.
Nel momento in cui appare manifesta la perdita di potere dei salari reali, di quelli italiani in particolare, i lavoratori chiedono un bilancio pubblico delle fallimentari pratiche di precarizzazione cui sono stati costretti. La diffusione della precarietà nei rapporti lavorativi e le riduzioni salariali non hanno prodotto l’aumento degli investimenti che era stato assicurato e non hanno impedito l’avanzare del declino industriale. Nel frattempo, il diritto del lavoro è stato smantellato dai governi che si sono succeduti, con trascurabili differenze tra quelli di centrosinistra e quelli di destra. Si è fatto credere che la facilità di licenziamento e i contratti a termine avrebbero aperto le porte a una stabile occupazione futura. Non è stato così e la contrattazione sociale non è riuscita a tutelare lavoratrici e lavoratori, i giovani e gli anziani.
Ai cancelli del maggio 2026, appare riformata la composizione sociale del collettivo messo al lavoro. Guardando ai nomi e volti nuovi della mobilitazione e al progressivo rinnovo dei rappresentanti di fabbrica dei lavoratori, va sottolineata la capacità di rinnovarsi dimostrata dalla comunità operaia attraverso i successivi passaggi generazionali e l’abilità politica nel saper ogni volta presentarsi come soggetto protagonista. Non è stato fatto cadere il lascito di un’emancipazione solidale trasmesso dalla prima generazione di lavoratori dell’elettrodomestico, che aveva fatto della conquista della mobilità lavorativa e sociale lo strumento di emancipazione dalle ristrettezze dei tradizionali rapporti di subordinazione dominanti nelle province della trasformazione industriale. Tale lascito è stato raccolto e trasmesso dalle generazioni successive, rinnovandolo e adattandolo anche per compiere un proprio processo di emancipazione, nel corso del quale hanno verificato la comunità operaia sul suo grado di apertura.
I lavoratori non possono essere isolati nella difesa dei posti di lavoro e dei salari. L’ennesimo piano di ristrutturazione pone la domanda se lasciare che la deindustrializzazione faccia il suo corso. Il sindacato nazionale di categoria ha avanzato la richiesta di azioni e strumenti nuovi per affrontare il generale declino industriale. Ma il processo non appare arrestabile con gli strumenti di normali relazioni sindacali. L’esaurimento dei tradizionali assetti della produzione e della distribuzione della ricchezza interroga società e amministrazioni locali e nazionali. Non si tratta solo di sollecitare la presenza dello Stato, già intervenuto ripetutamente nei momenti cruciali della storia del settore, in genere equiparando gli interessi delle imprese con quelli dell’economia nazionale. Non sono sufficienti i consueti aiuti di denaro pubblico a sostegno dei profitti aziendali e poco o per nulla interessati al taglio dei livelli di reddito. Da parte sindacale quindi è stata avanzata la proposta di dare vita a un fondo pubblico per entrare nella gestione delle imprese.
Certo è che Electrolux, nella sua pretesa di eleggere lo Stato e le istituzioni a rappresentanti di un presunto interesse collettivo al ripristino dei margini di profitto, finora non si è trovata davanti un’opinione pubblica largamente supina. Da parte loro gli operai ricordano le vertenze passate. Le assemblee decideranno i prossimi scioperi e le altre iniziative di mobilitazione nelle fabbriche e fuori dai cancelli per continuare a farsi sentire e a far pesare il loro protagonismo nelle trattative in azienda e ai ministeri.
*Graziano Merotto è autore di "La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico" (Derive Approdi, 2015). Collabora con il dipartimento Fisppa dell’Università di Padova.
Fonte: JACOBIN ITALIA
