di Anna Romano

fonte: Scienza in rete  04.11.2020

Il rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” stima che, in Italia, l'erosione del suolo abbia interessato circa 540 km2 tra il 2012 e il 2019. In generale, l'erosione è uno dei principali fattori a determinare il degrado del suolo; è un processo naturale ma accelerato da fattori antropici, in particolare dai cambiamenti climatici e dall’uso del territorio. Ne abbiamo parlato con Michele Munafò, ingegnere per l’ambiente e il territorio dell’Ispra e curatore del rapporto.





Sta proprio sotto i piedi ed è fondamentale per svariati processi biochimici; è alla base della nostra sussistenza non meno dell’aria e dell’acqua; e come queste, il suolo è minacciato dalle nostre attività. Come Scienza in rete scriveva già qualche anno fa, l’attenzione pubblica e delle istituzioni sembra essere meno attirata da alcune “scomode verità” ambientali rispetto ad altre. In effetti, quello dell’erosione del suolo sembra un tema che, anche se non ignorato, rimane un po’ di sfondo rispetto ad altri.


Una risorsa non rinnovabile

“Entro il 2030, combattere la desertificazione, ripristinare i terreni degradati e il suolo, compresi i terreni colpiti da desertificazione, siccità e inondazioni, e sforzarsi di realizzare un mondo senza degrado del terreno”: è il sotto-obiettivo 15.3 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Si parla di suolo, più in particolare del suo degrado. Vale la pena partire da qui per parlare di erosione del suolo, perché quest’ultima rappresenta proprio una delle cause del degrado. «In inglese, si parla di land degradation: un termine che indica un concetto ampio, una perdita della capacità del suolo e del territorio di fornire servizi ecosistemici e della loro capacità produttiva», spiega Michele Munafò, ingegnere per l’ambiente e il territorio dell’Ispra.

Nel suolo, la “pelle” del nostro pianeta, infatti, avvengono un’infinità di processi fondamentali, come l’immagazzinamento e la trasformazione di sostanze (come acqua e carbonio) che non solo consentono la sopravvivenza di piante e animali ma che entrano in gioco anche, per esempio, nella regolazione del clima, perché il carbonio che le piante non utilizzano si deposita e si fissa nel suolo. E quest’ultimo, a causa dei lunghi tempi richiesti per la sua formazione, è considerato una risorsa non rinnovabile.


Erosione, una delle cause del degrado

«Il degrado del suolo ha diverse cause: l’impermeabilizzazione, per esempio, dovuta alla copertura con materiali, come il cemento e l’asfalto, che impedisce il filtraggio dell’acqua e delle sostanze inquinanti e aumenta il rischio di alcuni fenomeni come le alluvioni; oppure la contaminazione dovuta a diverse sostanze organiche e non. Tra le principali minacce al suolo c’è, appunto, anche l’erosione», continua Munafò. «Da una parte, questo è un fenomeno naturale: avviene a opera del vento e soprattutto dell’acqua, e ha contribuito a modellare la superficie terreste: è grazie all’erosione che si si sono formati alcuni dei suoli più fertili delle pianure e gli splendidi paesaggi montani e collinari. Dall’altra, l’erosione è accelerata dalle attività umane e diventa insostenibile quando la perdita di suolo supera il suo tasso di formazione. Convenzionalmente, questo limite è indicato come una perdita di una tonnellata per ettaro all’anno, considerata irreversibile per un periodo di almeno 50-100 anni».

L’erosione idrica rappresenta la forma prevalente ed è dovuta alla pioggia e all’azione dello scorrimento dell’acqua sulla superficie del terreno, quella che in idrologia è detta “acqua di ruscellamento”. In loco, questo causa la perdita delle sostanze presenti nei primi strati di terreno, l’acqua e i sali minerali che arricchiscono il terreno; ma l’erosione può avere effetti anche a distanza, per esempio perché il materiale eroso finisce nei corpi idrici riducendone la la capacità di portata (e quindi aumentando il rischio alluvionale), oppure perché, se nel suolo sono presenti sostanze chimiche come fertilizzanti e pesticidi, queste finiscono nei corsi d’acqua, determinando un inquinamento diffuso.


Cause umane

Due sono i fattori antropici che più contribuiscono ad accelerare l’erosione idrica. Uno è l’uso del territorio: la deforestazione, per esempio, riduce la copertura vegetale che protegge il terreno. Ma bisogna considerare anche altri usi, come l’agricoltura e l’allevamento, che possono essere responsabile, per esempio, della compattazione del suolo causata dall’uso di pesanti macchinari o dal pascolo eccessivo degli animali. Il terreno diventa così meno penetrabile dall’acqua, con il risultato che aumenta quella di ruscellamento e con essa i fenomeni erosivi. Le colture, peraltro, ne risentono per prime, perché la mancanza d’acqua e di ossigeno danneggia le radici delle piante, anche senza contare l’effetto dell’erosione stessa, che riduce la fertilità del terreno.

«In generale, l’agricoltura incide sul degrado e sull’erosione del suolo in vari modi, per esempio lasciando il terreno privo di copertura vegetale per lunghi periodi», spiega Munafò. «Per questo esistono diverse tecniche di agricoltura conservativa, che hanno lo scopo di preservare il suolo, mantenendo uno strato di copertura del terreno (la pacciamatura), diversificando le specie coltivate ed evitando l’aratura. Anche alcune tecniche tradizionali possono essere d’aiuto: la pendenza, per esempio, è uno dei fattori che aumentano l’erosione, e il terrazzamento dei terreni è un sistema che consente di massimizzare la coltivazione a pendenze elevate, minimizzando al contempo l’erosione del suolo».

Il secondo fattore antropico che influenza l’erosione è il cambiamento climatico, che modifica i cicli idrologici aumentando, in alcune aree del mondo, frequenza e intensità delle precipitazioni. In un circolo vizioso, l’erosione diminuisce la capacità del suolo di mitigare il riscaldamento globale, perché ne limita il sequestro di carbonio. Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2018 suggerisce che l’accelerata erosione che si verifica nei terreni agricoli dell’Unione Europea possa portare a un aumento del 35% del carbonio “eroso” nel periodo 2016-2100.

Anche se sono soprattutto gli estremi meteorologici a preoccupare i ricercatori, è importante ricordare anche un altro elemento influenzato dalla crisi climatica e che, indirettamente, contribuisce all’erosione. Si tratta degli incendi, che determinano una perdita totale o parziale della vegetazione e, al contempo, influenzano le proprietà idrauliche del suolo, che può risultare più vulnerabile all’erosione. Diversi studi hanno indagato questa relazione: solo per fare un esempio, un articolo pubblicato a giugno di quest’anno stima che la perdita di suolo nelle foreste della Catalogna possa arrivare a essere del 150% superiore nei periodi in cui vi è stata concomitanza di piogge estreme e incendi rispetto a quando gli eventi non si verificano in contemporanea. Sono dinamiche che ci ricordano come tutto, negli ecosistemi, sia strettamente interconnesso e come basti modificare un singolo elemento per avere effetti a cascata.


Un suolo che scompare

Ma qual è la situazione dell’erosione del suolo, e quali le sue prospettive future? «Valutare l’erosione del suolo non è semplice: si usano fondamentalmente modelli empirici che tengono in considerazione alcuni fattori principali, quali la pendenza del versante, la copertura, l’erosività delle precipitazioni (cioè la loro capacità di causare erosione, a seconda per esempio dell’intensità e della frequenza) e l’erodibilità del suolo (la sua suscettibilità all’erosione, che dipende da caratteristiche fisiche e a parametri come la permeabilità)», spiega Munafò. Comunque, sono disponibili alcune stime: secondo la Global Soil Partenrship, guidata dalla FAO, vengono erose ogni anno dai terreni coltivabili 75 miliardi di tonnellate di suolo. Si tratta però di stime che vengono da studi dei primi anni Novanta, e lavori successivi basati su un approccio modellistico integrato con dati provenienti dal telerilevamento e dai censimenti, le dimezzano. Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2017, infatti, valuta che siano state erose 35 miliardi di tonnellate di suolo nel 2001, salite però già del 2,5% nel 2012.

Pasquale Borrelli, ricercatore dell’Università di Basilea e primo autore del lavoro, ha recentemente pubblicato un altro articolo, nel quale sono presentate le stime dell’erosione entro il 2070 sulla base degli stessi senari climatici e dei cambiamenti nell’uso del suolo impiegati anche dall’IPCC. Dai risultati emerge un aumento consistente dell’erosione, che va dal 30 al 66% in più rispetto al 2015 a seconda degli scenari.

«L’erosione può essere mitigata con coltivazioni sostenibili e politiche corrette. Speriamo che le nostre previsioni aiutino a comprendere la portata della minaccia e consentano i policy maker a realizzare misure efficaci per attutirne l’impatto», aveva spiegato Borrelli in un comunicato. Tra gli strumenti per contrastare l’erosione, gli autori dell’articolo evidenziano le tecniche di agricoltura conservativa: al momento, scrivono, si stima siano applicate sull’11-14% dei terreni coltivabili, ma dovrebbero arrivare a coprirne il 60% circa per compensare gli aumenti di erosione previsti dagli scenari peggiori.


Da degrado a tutela e ripristino

In Italia, l’erosione è uno dei fattori tenuti in conto nel rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, edizione 2020, del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), curato da Munafò. Dai dati raccolti, si stima che il degrado di suolo nel nostro Paese a causa dell’erosione abbia interessato circa 540 km2 (lo 0,18% del territorio) nel periodo tra il 2012 e il 2019, soprattutto nelle aree percorse da incendi; a questo si somma l’effetto anche più consistente di vari altri fattori, quali i cambiamenti di copertura, la perdita di produttività, di carbonio organico e la perdita di qualità degli habitat (perché il suolo ha un’importanza fondamentale come supporto della biodiversità).

«A livello politico e pubblico, l’attenzione data al suolo non è ancora, a mio parere, sufficiente», commenta Munafò. «Questo potrebbe dipendere dal fatto che è in qualche modo meno visibile, dato più per scontato di altri elementi naturali; inoltre, è storicamente una risorsa privata e privatizzabile. In Italia si discute di una legge sul consumo di suolo dal 2012, che però non è ancora stata approvata». Anche a livello europeo manca, al momento, una direttiva quadro sul suolo; tuttavia, una certa attenzione c’è: per esempio, la Strategia per la Biodiversità adottata a maggio dalla Commissione europea prevede di aumentare le aree protette e ridurre il degrado, mentre il ripristino è tra gli obiettivi dell’Agenda 2030. «E ripristino è una parola che implica un certo impegno, perché non è facile riportare il suolo alla sua funzionalità. Proprio a causa delle difficoltà di recupero del suolo, la priorità è innanzitutto evitare di degradarlo ulteriormente; tuttavia, sappiamo che lo stato di degrado è ormai troppo elevato e ha superato la soglia in molte parti del mondo, compresa l’Italia. Oggi, quindi, non basta più tutelarlo ma è necessario recuperarne la funzionalità, per esempio riportando nuova vegetazione nelle aree dismesse», conclude il ricercatore.