Dei quattro elementi fondamentali l'aria è quello a cui siamo più strettamente connessi, quello che ci pervade seguendo il ritmo del nostro respiro. E inevitabilmente pervade anche il nostro immaginario: le culture umane sono infatti sempre atmosferiche, letteralmente «campate per aria», e un approccio antropologico diventa fondamentale per interpretare, tra dinieghi e desideri, il senso di un cambiamento che è culturale oltre che ecologico.

Campati per aria” di Mauro Van Aken - eléuthera, Milano, 2020.


La crisi climatica si presenta come una questione culturale intensa, minacciosa e sorprendentemente intima in grado di inaugurare tempi inediti che non sono solo atmosferici ma anche sociali. Culturali sono infatti le conseguenze dei mutamenti atmosferici, così come culturale è quella nozione occidentale di natura come distante e fuori dalla società oggi in crisi. Culturali sono infine gli ostacoli a parlare di un cambiamento epocale, e ad agire di conseguenza, a causa dei processi sociali di diniego che rendono «impensabile» questo mutamento accelerato, alimentando un senso di impotenza e paura dovuto alle fondamentali dimensioni emotive del nostro coinvolgimento ambientale. Eppure le culture umane si sono sempre orientate verso il cielo per dare senso all'abitare sulla terra, avvalendosi di forme rituali, strutture simboliche, sistemi produttivi e saperi locali in grado di tradurre in familiare e significativo il «tempo che cambia». E oggi che l'atmosfera è il bene comune per eccellenza, e la co2 il male comune per eccellenza, abbiamo bisogno di riscoprire relazioni ambientali generative e creative che ci consentano di risignificare il «clima» in cui siamo immersi.

[...] L’Antropocene, l’attuale epoca geologica caratterizzata dal ruolo geologico e climalterante dell’attività dell’uomo nell’economia del carbonio, ha valenza di paradigma culturale, ma  anche di fallimento dell’immaginario culturale che ha posto la natura come campo a parte, silente e a disposizione. Se le scienze umane e sociali hanno sempre studiato relazioni,  hanno però spesso esiliato quelle ambientali in cui oggi tuttavia ci riscopriamo immersi; e diventa una risorsa culturale allargare l’analisi delle relazioni ai soggetti con i quali siamo interdipendenti, a quel tra, attraverso, mescolanza da cui tutte le culture sono originate nelle più diverse forme creative. La crisi climatica è culturale inoltre perché si caratterizza come un grande amplificatore delle forme di ineguaglianza, di marginalità e di vulnerabilità delle comunità locali: ridefinisce i modelli politici e di cittadinanza, connette a sé le molteplici crisi del globale, anche nelle possibili soluzioni. Ma culturali sono anche i gas climalteranti, causa del surriscaldamento globale, invisibili ma prodotto della nostra molto tangibile economia del carbonio: l’immaginario dei combustibili fossili, base identificante della modernità, delle forme di dominio e del consumo del mondo come merce, incontra oggi una perdita di orizzonti significativi e un bisogno di conversione, non solo tecnica, ma morale e di immaginario.

[...] Cerchiamo cibo sempre più «naturale», ma non sappiamo più che processi culturali e ambientali sono nascosti nella produzione dell’agro-business globale, e tanto meno conosciamo l’impronta idrica o l’impronta del carbonio che quelle merci nascondono. E ciò vale per qualsiasi risorsa con la quale siamo interdipendenti: tutte le nostre protesi multimediali si basano su oggetti molto materici e ambientali, come i minerali rari, di cui non conosciamo le filiere, che però stravolgono numerosi contesti del sud del mondo e della Cina (maggior possessore al mondo). Anche qui c’è una natura nascosta nella merce i cui impatti ambientali si rivelano come una «naturaccia», una natura cattiva segnata da contaminazioni, inquinamento, scarsità e competizione. E ciò vale per qualsiasi risorsa cataloghiamo come natura: aria, energia, animali, insetti, bosco, ghiacciaio, montagna, savana, terremoto, rifiuti o virus. Ma proprio perché «esterna», abbiamo difficoltà a pensarla in relazione a noi, al campo della società e della politica, se non quando si fa emergenza, nel suo doppio significato: come allarme politico (la mancanza di acqua o gli allagamenti), ma anche come «emergere» e rivelare almeno alla vista l’interdipendenza che ci lega nelle nostre dimensioni locali. Di riflesso, prendendo un qualsiasi evento di cronaca del quotidiano, tutto ciò che rivolgiamo come questione di società e di politica è sempre, al contempo, una dinamica ambientale: dal cibo, ai dibattiti su una grande opera, alla ricostruzione post-terremoto, alle specie invasive del Po, ai rifiuti per strada, al clima che cambia, tutti raccontano quanto il dibattito politico sia sempre ambientale e quanto l’ambiente sia la dimensione onnipresente, ma allo stesso tempo rimossa.

Marco Van Aken



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Estratto del libro uscito su L'indiscreto - CLICCA QUI
Articolo di Mauro Van Aken uscito su climalteranti.it - CLICCA QUI







Mauro Van Aken, vignaiolo per oltre un decennio, è professore associato in Antropologia Culturale presso l’Università Milano-Bicocca, dove si occupa principalmente di ricerca e didattica sulle culture dell’ambiente, sulle relazioni e i flussi di significati tra società, acqua e atmosfera, e sulle dinamiche culturali nella crisi climatica. Autore di numerosi saggi, ha tra l’altro pubblicato La diversità dell’acqua (2012), con C. Fiamingo e L. Ciabarri, I conflitti per la terra. Tra accaparramento, consumo e accesso indisciplinato (2014), La natura come perturbante: relazioni e crisi tra uomo e ambiente (2017) e Coltivare cibo baladii in Palestina. Le politiche della natura, tra terra e aria (2018).