La Cop26 è l’ultima possibilità per avviare quella trasformazione profonda della società e dell’economia che può evitare il collasso climatico. Ma i leader globali non sembrano all’altezza della sfida.
Nonostante il discorso ambientale abbia pervaso istituzioni e media mainstream, non è entrato per davvero nelle agende di governo, perché alla nostra classe dirigente manca un vero pensiero ecologico.
La forma mentale con cui si progettano le politiche del clima è ancorata a modelli di convivenza ormai sorpassati. Se non risolviamo questo disallineamento, non saremo in grado di fare quel che è necessario per assicurarci un futuro degno su questo pianeta.
A poche ore dalla chiusura del G20, con le sue fotografie di rito e l’usuale comunicato pieno di buone intenzioni, si apre subito un altro fronte chiave per i leader mondiali: la Cop 26. Il vertice sul clima più importante degli ultimi cinque anni avrà luogo a Glasgow ed è l’ultima spiaggia per rimettere il mondo sui binari degli impegni presi nel 2015 con l’Accordo di Parigi.

Mostrarsi sensibili verso la crisi climatica non basta più. Contano solo i fatti. E i fatti li vedremo al termine dei prossimi dodici giorni. Riusciranno 195 paesi del mondo a mettere da parte l’interesse particolare per impostare strategie ambiziose e profondissimi tagli alle emissioni? Riusciranno i paesi ricchi a sborsare per tempo i 100 miliardi di dollari l’anno promessi ai paesi più colpiti dal cambiamento climatico?

Sono queste le domande sulle quali misurare l’esito della Cop26 nelle prossime due settimane. La base di partenza non è incoraggiante: usciamo da un decennio in cui le emissioni globali sono cresciute costantemente e tutti gli obiettivi sulla biodiversità sono stati mancati, mentre con quelli legati allo sviluppo sostenibile dovremo fare i conti prima di quanto vorremmo. L’Europa ha provato a rilanciare il suo ruolo di leadership, ma la legge sul clima e il green deal sono ben poca cosa di fronte a ciò che abbiamo di fronte.

Se non cambia qualcosa subito, dovremo riconoscere che almeno due generazioni di esseri umani sono state illuse dai leader globali di ogni parte politica, compromettendo il diritto al futuro di quelle a venire.

È questo il momento di chiedere una radicalità senza precedenti nelle scelte di politica climatica: ma la radicalità è difficile da trovare nelle classi dirigenti, perché è figlia di un pensiero ecologico che - nonostante il discorso ambientale abbia pervaso anche i media e le istituzioni - non è entrato per davvero nelle agende di governo.

Ci troviamo così in un tempo unico nella nostra storia, con una forma mentale ancorata a modelli di convivenza ormai sorpassati, ai quali però continuiamo a guardare cercando conforto dopo l’urto della pandemia.

Se non risolviamo questo disallineamento, non saremo in grado di fare quel che è necessario per assicurarci un futuro degno su questo pianeta.

Come ha scritto George Monbiot in un recente editoriale del Guardian, «gli attuali piani climatici si basano su una convinzione errata: che, attraverso modifiche incrementali, possiamo impedire il crollo di un sistema complesso. Ma i sistemi complessi non funzionano così. Assorbono costantemente lo stress, poi improvvisamente collassano».

I punti di non ritorno sono vicini: la foresta amazzonica è già un emettitore netto di carbonio, la fusione del permafrost potrebbe innescare un circolo vizioso liberando un'enorme quantità di metano e peggiorando l’effetto serra.

Il rischio di trovarci su un pianeta inabitabile è concreto: l’unico modo di evitarlo è cambiare mentalità e mettere in campo azioni immediate e drastiche per riportare equilibrio nei sistemi ecologici che supportano la nostra vita.


Fabio Ciconte e Francesco Panié

fonte: Domani 30.10.2021