Sezione: Pensiero socialista
Editore: Jaca Book
Pagine: 327
ISBN: 9788816414679
Biblioteca: BFDR-sede di Vittorio Veneto
Anno: 2018
Note: A cura di Ada Tutone, Con un testo di Samir Amin
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Recensione

Figlio di immigrati lituani in sudafrica, hosea jaffe crebbe in una società sopraffatta dal razzismo e vide le gravi ingiustizie perpetrate in nome dell'apartheid. Rimase un anti-razzista per tutta la vita e fu critico delle affermazioni «eurorazziste» di marx ed engels. Per jaffe il colonialismo era la fonte, il vero sangue vitale del capitalismo / imperialismo, non un semplice effetto collaterale. La sua autobiografia prende perciò la forma del movimento della sinistra in sudafrica e non solo. Scrive samir amin: «le memorie che hosea jaffe ci lascia sono preziose. Sono quelle di un combattente comunista sudafricano che aveva capito che l'apartheid serviva con perfetta efficienza lo sviluppo del capitalismo in quella regione del mondo. Le sue analisi mettono in evidenza le disastrose conseguenze dell'abbandono della prospettiva internazionalista - inevitabilmente anti-imperialista - da parte dei popoli degli stati uniti, dell'europa e del giappone».

L’autobiografia di un uomo (morto nel 2014 a 93 anni) davvero unico, e il titolo rende bene l’ossessione della sua vita: riconoscere e combattere il razzismo in qualsiasi forma si manifesti. Non solo in Sudafrica. Telegraficamente: i suoi genitori erano russo-ebrei, emigrati nei dintorni di Città del Capo. Qui nasce Hosea, che fin da adolescente comincerà a prendere coscienza del sistema in cui è immersa la società. Una serie di letture – Zola, Solochov, Il capitale vol. 1… –  gli apre gli occhi sui meccanismi profondi e, il 1° maggio 1939, una manifestazione cui partecipa, in sostegno all’Etiopia occupata dall’Italia, «segnò l’inizio dell’anti-imperialismo come mio principio dominante socialista». Non per niente questo capitolo è intitolato “Da europeo a non-europeo”: vi racconta della sua militanza attiva, mentre nel frattempo va avanti con gli studi e al tempo stesso con l’approfondimento del marxismo-leninismo, ma assumendo posizioni trotskiste. E il lettore va scoprendo quella che a prima vista appare una selva di sigle politiche sudafricane, su molte delle quali, Anc compreso, Jaffe non risparmierà giudizi politici taglienti.

La lucidità e la schiettezza gli sono peculiari, e lo rendono una figura ammirevole, nella sua intransigenza, anche qualora non si condividano certe sue analisi e prese di posizione. Nel 1959 di vedrà costretto ad autoesiliarsi e da allora vivrà – insegnando, scrivendo e, sempre, militando – in diversi Paesi d’Africa e d’Europa (arriverà a calcolare trentasette traslochi). Dall’Etiopia e dal Kenya all’Inghilterra e al Lussemburgo. E anche in Italia, dove morrà (la sua seconda moglie, che ha curato quest’opera, è italiana) e dove pubblicherà gran parte dei suoi libri, una trentina, tutti presso Jaca Book: con l’editore Sante Bagnoli si instaurò un rapporto ben al di là di quello professionale (si veda qui il suo ricordo).

In ogni situazione sapeva immediatamente vedere e denunciare il tasso di razzismo storico e attuale presente, a prescindere dal colore della pelle o della situazione particolare. Con i genitori, per esempio, che si trasferiranno in Israele – Stato cui egli nega legittimità – le relazioni divennero quasi inesistenti.

Punto forte del suo pensiero era la denuncia dell’imperialismo, per lui insito nel capitalismo. Le stesse conquiste dei lavoratori in Europa erano inquinate dal «plusvalore coloniale», cosa che neppure Marx seppe intravedere. E infatti denunciare il razzismo di Marx faceva parte dei suoi refrain: «È fondamentale per me chiarire che la mia adesione al marxismo-leninismo non è in alcun modo dovuta ad un attaccamento a Marx (la cui storiografia eurorazzista, eurocentrica, europeista, trovo tanto deplorevole quanto il marxismo iconico dei “socialisti” dell’Ue e degli Usa)».

La prefazione è di Samir Amin, l’economista egiziano “terzomondista” scomparso un anno fa, con il quale Jaffe condivise molto, anche se pure di lui arrivò a criticare uno scivolamento «verso una tolleranza del neocolonialismo».