Copertina di Secolo corto (Il)
Categoria: Storia
Editore: Maquis Editore
Pagine: 459
Anno: 1994

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Scheda

"Il Secolo corto" (libro di Filippo Gaja) è importante anche perché aiuta a comprendere le convinzioni di superiorità e il ruolo degli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. Per Gaja la guerra al comunismo è stata il motivo fondamentale del ‘900, il che spiega come la guerra fredda sia iniziata ben prima di quanto usualmente si riferisce; non nel ‘47, non nel ‘46 e nemmeno con la bomba atomica, ma già dal marzo del ‘45: ancora si combatteva in Europa, e Hitler non voleva cedere, convinto dell’innaturalità dell’alleanza tra sovietici e anglosassoni; è probabile che il führer sapesse delle trattative in corso tra Allen W. Dulles, il futuro direttore della CIA, e R. Gehlen, capo dei servizi segreti nazisti sul fronte orientale. Gaja insiste molto sull’ossessione statunitense di portare a termine il progetto della bomba atomica il prima possibile, perché l’Unione Sovietica era già considerata il nemico futuro.
Lo stesso sbarco in Normandia nel 1944, lungi dall’essere stato effettuato per alleggerire la pressione dei sovietici, sarebbe stato attuato solo per evitare che l’intera Europa occidentale fino a Parigi venisse liberata dall’Armata Rossa, cadendo sotto la sfera di influenza comunista. I piani per lo sbarco in Normandia erano d’altronde stati formulati fin dal 1941, ben prima di Pearl Harbour, da inglesi e statunitensi, che già concordavano strategie belliche in previsione dell’imminente coinvolgimento di Washington nel conflitto. L’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania (giugno 1941) ha portato a un cambiamento di piano e a una maggiore attenzione verso il fronte orientale. L’Unione Sovietica ha resistito all’invasione tedesca nonostante abbia avuto immense perdite umane e sociali: le stime arrivano a 27 milioni di morti!
Non erano pochi alla vigilia dell’operazione Barbarossa gli esponenti politici (tra questi Truman) che giudicavano vantaggioso per gli USA l’indebolimento reciproco di Germania e URSS. Nel 1944 era però ormai evidente che i sovietici stessero avanzando troppo rapidamente in Europa, così gli “alleati” decisero di intervenire con lo sbarco in Normandia, formalmente per fornire un sostegno diretto, di fatto per porre sotto la propria tutela la maggiore quantità possibile di territori.
La bomba atomica è la chiave di volta per rovesciare questi equilibri incresciosi per l’Occidente. Siamo nel luglio ‘45 quando esplode la prima bomba atomica nel deserto di Fort Alamogordo: Truman è a Potsdam, in Germania in una conferenza importante con gli alleati per decidere l’assetto mondiale post-bellico. Fino a quel momento è stato molto accondiscendente nei confronti di Stalin; dopo aver saputo della riuscita dell’esperimento atomico però il suo atteggiamento, e con esso l’intera diplomazia statunitense, mutano radicalmente, iniziando a fare la voce grossa.
L’accelerazione delle bombe atomiche sul Giappone, effettuata all’inizio di agosto, non è assolutamente necessaria. Analisi dell’epoca condotte dai servizi strategici statunitensi, sia nell’intelligence che nel settore militare, sostengono che il Giappone sia già una potenza sconfitta e che non costituisca più una minaccia. Truman si è giustificato sostenendo di non poter permettere che altre vite umane venissero perse nelle varie isole giapponesi. In realtà già nel giugno del ‘45 il Giappone ha accettato proposte di pace, rifiutando la “resa incondizionata” solo per la richiesta di salvaguardare la figura dell’imperatore.
Il rifiuto statunitense di accettare perfino questa condizione, nonostante poi l’imperatore venga mantenuto al suo posto, mostra palesemente come le bombe atomiche siano state lanciate sul Giappone all’inizio di agosto del ‘45 come messaggio all’Unione Sovietica. Negli stessi giorni l’URSS ha invaso i territori controllati dai giapponesi in Manciuria e in Corea, come concordato tra Stalin e gli alleati mesi prima. L’Armata Rossa sfonda le linee nemiche e avanza rapidamente, espandendosi ad est e liberando le zone settentrionali della Cina e della Corea. Di qui la preoccupazione degli Stati Uniti, che cercano di raggiungere la pace il prima possibile con il Giappone. Le due bombe atomiche sono utilizzate per accelerare la sua resa, che però è determinata soprattutto dall’intervento sovietico, che rende impossibile mantenere le posizioni in Cina.
In questo contesto l’acquisizione delle armi atomiche da parte degli Stati Uniti ha avuto un impatto significativo sia sulle strategie militari che politiche. Prima ancora che il Giappone firmi la pace a Washington già si elaborano piani sempre più sofisticati di attacco nucleare dell’Unione Sovietica.
La “filosofia del bombardamento preventivo”, come la chiama Gaja, si basa sulla logica che se si ha la possibilità, si deve eliminare la minaccia. L’unico motivo per cui ciò non viene fatto è perché gli Stati Uniti non dispongono di un numero sufficiente di bombe o aerei e perché si rendono conto che in un contesto mondiale tumultuoso, ciò sarebbe controproducente e porterebbe alla distruzione di una grande parte della popolazione, ma solo nelle città, e non nelle zone rurali, ancora densamente popolate. Di conseguenza l’Armata Rossa sopravvivrebbe, guadagnerebbe le simpatie e il sostegno di tutti i popoli del mondo, e forti della morale storica riuscirebbero a prendere facilmente il potere in tutta Europa. La decisione di non effettuare il bombardamento preventivo è basata quindi esclusivamente su considerazioni di tipo tecnico. Per riprendere l’espressione di Nietzsche della “volontà di potenza”, gli Stati Uniti si ergono quantomeno a gendarme del mondo, cercando di imporre il proprio dominio totale sulla gran parte del pianeta, in una situazione che perdura per tutto il primo decennio, dal 1945 alla metà degli anni ‘50.
L’Unione Sovietica riesce a costruire la propria prima bomba atomica nel 1949, sorprendendo tutti gli analisti statunitensi, che pensavano ci sarebbero voluti almeno 20 anni, ignorando la grandezza del modello sovietico e la lungimiranza di Stalin, che aveva investito in questo settore fin dagli inizi degli anni Quaranta. Fino al 1957, quando i sovietici mostrano la propria superiorità lanciando lo sputnik – il primo satellite nello spazio – gli statunitensi sono convinti di essere all’avanguardia e in diverse occasioni i comandi militari hanno spinto sulla presidenza (prima di Truman, poi di Eisenhower) per usare l’arma atomica risolvendo la questione una volta per tutte.
Questa “volontà di potenza” crea un irrigidimento anche nel blocco comunista.
Nell’Europa orientale Stalin voleva effettivamente mantenere delle democrazie popolari, libere e pluripartitiche, ma le destabilizzazioni e il clima di guerra fredda creato dagli Stati Uniti causano un irrigidimento verso forme di governo più rigide, che in alcuni casi possono contare su una vasta base di massa: in Cecoslovacchia i comunisti rappresentavano oltre il 30% ed erano il primo partito, avendo guidato la resistenza partigiana. In altri paesi, come in Polonia e Ungheria, i comunisti erano invece molto deboli e non a caso questi saranno due paesi che costituiranno una spina nel fianco di Mosca negli anni successivi.
La volontà di potenza è la fase in cui gli Stati Uniti si preparano alla guerra atomica, il che permette di comprendere in profondità il maccartismo con la repressione di tutti i dissidenti interni: è naturale reprimere le voci dissidenti in prossimità o durante una guerra.
Lo sputnik è il vero evento simbolico traumatico per gli Stati Uniti, che alla fine degli anni ‘50 si rendono conto di non disporre più del primato tecnologico in qualsiasi settore strategico. Rimangono e rimarranno sempre, fino a oggi, la principale potenza economica, industriale, finanziaria e militare, ma con un primato sempre più risicato. Al di là del nucleare, dispongono di un settore avanzato e una flotta aero-navale dotata delle indispensabili portaerei sparsa in tutto il mondo.
Tuttavia dal punto di vista militare sconta il problema dell’Armata Rossa e dei suoi alleati, raccoltisi nel Patto di Varsavia (1955).
Il venir meno di Stalin e l’avvento di Chruščëv, un segretario che allenta i toni contro l’imperialismo, creano le condizioni per un primo “disgelo” nei rapporti diplomatici, dopo che gli Stati Uniti hanno capito di non essere invulnerabili. Se i sovietici sono in grado di mandare missili nello spazio, è possibile che siano in grado di inserire bombe nucleari su missili che colpiscano gli Stati Uniti.
In realtà, non sono in grado di farlo, ma bluffando affermano di esserlo e le élite statunitensi, conoscendo finalmente la paura, ci cascano. Il momento di distensione alla fine degli anni ‘50 è seguito comunque dalla prosecuzione dell’interventismo attivo nel resto del mondo. ( A. Pascale. Maestri del Socialismo)
Data di modifica: 28 Aprile 2025