Plastic China
documentario, Cina 2016, 82’, colore, sottotitoli
Regia di Jiu-liang Wang

Premio Asja. Energy, miglior documentario internazionale, Cinemambiente Torino 2017

Yi-Jie è una ragazza di undici anni che lavora a fianco del padre in un impianto di riciclaggio, mentre sogna di frequentare la scuola. Kun, ambizioso capo della struttura, aspira a un futuro migliore. Attraverso lo sguardo e i gesti ripetitivi di coloro che maneggiano quotidianamente i rifiuti plastici provenienti da tutto il mondo, si delinea un'analisi sui consumi e la cultura nati dalla globalizzazione. Al tempo stesso viene data voce a una comunità di lavoratori pressoché invisibile, immersa nella spazzatura e lontana dai riflettori televisivi. Al suo interno si condividono fatica e povertà ma anche sogni di istruzione, di difesa della salute e di diritto a un avanzamento sociale come per chiunque altro.




Da fabbrica del mondo a discarica del mondo. Il passo è stato breve, ma, come tutto in Cina, di proporzioni gigantesche. Dopo l’apertura del mercato inaugurata da Deng Xiaoping e il boom economico cominciato negli anni ’90, le industrie cinesi si sono ritrovate affamate di materia prima. La soluzione? Importare dall’estero immondizia da riciclare. Il risultato? La Repubblica Popolare si scopre oggi letteralmente sommersa dai rifiuti di Stati Uniti, Europa, Corea e Giappone. Come se non fossero già abbastanza quelli di 1 miliardo e 400 milioni di cinesi.
A denunciare la situazione, il bel film di Jiuliang Wang, regista, fotografo e giornalista cinese che da anni si occupa di inchieste ambientali nel suo paese. Girato interamente in una piccola città nella provincia nordorientale dello Shandong, Plastic China entra nella quotidianità asfissiante di un laboratorio a conduzione familiare per il riciclo della plastica. Tre anni di ricerche, riprese e vita vissuta insieme alle due famiglie dei protagonisti - quella di Kun, il giovane proprietario che sogna di mandare il figlio all’università, e quella della piccola Yi-Jie, arrivata dal Sichuan per guadagnare qualche soldo nella fabbrica e sopravvivere alla povertà – restituiscono uno spaccato di incredibile naturalezza e una ricca stratificazione di significati e informazioni sulla Cina contemporanea. C’è il rovescio della medaglia dorata del boom economico; il dramma di un’antica società rurale, che ha perso la sua identità e si ricicla (appunto…) per star dietro all’imperativo della crescita; e c’è l’infanzia soffocata di Yi-Jie, insieme al potere salvifico del’immaginazione che trasforma persino una lurida discarica in un territorio di scoperte. Il tutto in un ambiente surreale, non solo insudiciato, ma deformato sin nella sostanza dall’invasione della plastica: una campagna dove le pecore brucano il pluriball, dove si “pescano” pesci morti in un torrente di liquami, dove la collina dei giochi è un monte di immondizie e la brace per cucinare si alimenta con pezzi di imballaggi e sacchetti. Un inferno in pvc di cui non solo la Cina, ma l’intera comunità internazionale è responsabile.


INTERVISTA


Come è nata l’idea di questo film?
Prima di Plastic China avevo già girato un documentario sul problema dello smaltimento dei rifiuti, Beijing Beseiged by Waste (Pechino assediata dai rifiuti). Mi trovavo dunque negli Stati Uniti per presentarlo a un convegno sull’ambiente e durante quel soggiorno mi capitò di visitare un centro di riciclo rifiuti in California, a Oakland. Fui molto colpito dall’efficienza della fabbrica, ma parlando con il manager scoprii che tutti i rifiuti che vedevo lì sarebbero stati spediti in Cina. Tornato a casa, ho allora cominciato a fare una ricerca in tutto il paese per capire l’entità del fenomeno. In Cina vengono importati ogni anno 10 milioni di tonnellate di rifiuti provenienti da Europa, Stati Uniti, Giappone, Corea. Almeno il 70% di questi vengono poi reimmessi nel ciclo produttivo, lavorati nell’industria cinese e poi nuovamente esportati verso Occidente, sottoforma di giocattoli, vestiti o altro.
È un sistema che si è generato a partire dagli anni ’80. Grazie alla manodopera a basso costo, la Cina è diventata la fabbrica del mondo, con un bisogno crescente e continuo di materiale per l’industria. E così, importando rifiuti da riciclare (non solo plastica, ma anche metalli, materiali elettronici ecc), è diventata la discarica del pianeta. Il riciclo è generalmente considerato una pratica virtuosa, non viene mai messo in discussione, ma ha un rovescio della medaglia, un lato oscuro: volevo che la gente lo vedesse.

Il documentario punta sul registro emotivo, sull’empatia. Come ha scelto i protagonisti?
Solo nella città in cui è stato girato il film, nella provincia dello Shandong, ci sono ben 5mila laboratori di riciclo della plastica a conduzione familiare. È un fenomeno di grandissime proporzioni, migliaia di famiglie vivono questa condizione. Volevo mostrarne due non speciali, come tante. Ma non è stato facile trovare qualcuno disposto a farsi riprendere. Per i primi sei mesi abbiamo girato solo esterni, senza poter entrare in nessuna fabbrica. Poi per caso una nostra operatrice ha incontrato Yi-Jie, la bambina protagonista, mentre camminava per strada con il fratellino in spalle. Attraverso di lei siamo entrati in contatto con le due famiglie del film.
Il messaggio che vorrei passasse è che la questione della plastica non è un problema cinese, riguarda tutto il mondo, è una catena internazionale che ci coinvolge tutti. Nel laboratorio dove lavora Yi-Jie arrivano rifiuti da ogni parte del pianeta, anche dall’Italia. È la comunità internazionale, siamo tutti noi, ad essere responsabili di ciò che accade a una piccola famiglia, in una piccola parte di mondo.


Il lato oscuro del riciclo:  Intervista Giorgia Marino con  Jiuliang Wang

fonte: La Stampa 05/06/2017