di Benedetto Vecchi

fonte: Il Manifesto

Uno degli arcani della produzione sta in una semplice parola: plusvalore. Con esso Karl Marx spiegava le differenze sostanziali tra il capitalismo e le forme economiche precedenti. Tutto si gioca nel processo lavorativo, scriveva nell’Ottocento il filosofo di Treviri. All’operaio viene pagato un salario, con il quale garantisce la sua riproduzione. Ma durante l’orario di lavoro produce merci che eccedono il valore del suo salario. Questa differenza è il plusvalore.

CERTO MARX ha poi dedicato pagine e pagine per segnalare il fatto che di plusvalore ce ne sono di due tipi (assoluto e relativo), ma l’arcano stava tutto lì: l’appropriazione da parte del capitale di quella parte di valore prodotto dall’operaio. A più di centocinquantanni di distanza un economista, Christian Marazzi, ha utilizzato il concetto per cercare di capire come è cambiato il rapporto di capitale e lavoro in una realtà mondiale così distante dall’Ottocento da par sembrare quel grumo teorico un residuo del passato. Lo ha fatto in un seminario tenuto all’Istituto Svizzero di Roma, consapevole dei rischi di restituire un sapere critico «morto». Rischi gestiti magistralmente da Marazzi, che dopo aver dato le «nozioni di base» ha condotto gran parte del seminario su come il «plusvalore» sia vissuto nei testi di teoria economica del Novecento.

Ora quel materiale è stato raccolto e sistemato, andando a comporre il volume Che cos’è il plusvalore pubblicato dalla casa editrice Casagrande della Svizzera italiana (pp. 96, euro 15). Marazzi, che sarà ospite della conferenza romana sul comunismo nella sezione relativa alla «critica dell’economia politica» che si terrà alla Gnam domani (ore 9.30), enfatizza il fatto che il plusvalore costringe a guardare e analizzare il processo capitalistico da un’altra prospettiva, quella del lavoro, mettendo così in evidenza l’approccio economico neoclassico.

Il processo lavorativo è l’esito di un incontro tra domanda e offerta di lavoro che non ha nulla di neutrale, oggettivo. Già le condizioni del rapporto contrattuale risentono dei rapporti sociali dominanti. Se il movimento operaio è politicamente e socialmente forte, il contratto vede garantiti salari al di sopra della soglia di sopravvivenza, mentre l’esperienza novencentesca segnala che oltre a un «dignitoso» ammontare monetario, c’è stata una parte che ha riguardato pensione, copertura sanitaria, diritto alla salute.

DA DECENNI, la situazione si è ribaltata. I salari sono rimasti al palo o spesso ridotti, mentre i diritti sociali di cittadinanza sono stati messi sotto attacco non solo nell’Europa del welfare state, ma anche nel welfare capitalism statunitense.
E se questo è facile da spiegare, difficile è invece capire come funziona il plusvalore nel processo lavorativo che ha conosciuto processi di automazione, di informatizzazione radicali e pervasivi.
Marazzi parla del plusvalore relativo, cioè di quell’aumento della produttività individuale indicata dalla scienza triste neoclassica come la panacea di tutti i mali. E di plusvalore assoluto, cioè di aumento della lunghezza della giornata lavorativa e, va da sé, di un aumento dei lavoratori salariati: questo attraverso la delocalizzazione (l’industrializzazione di alcune regioni nel Sud del mondo) e la trasformazione in settori produttivi di attività economiche fino ad allora considerati di servizio alla produzione.

FIN QUI TUTTO BENE. Il problema, parafrasando una frase del film L’Odio, è come atterrare sul presente. Marazzi è consapevole del fatto che l’automazione riduce la necessità di lavoro vivo (la disoccupazione di massa è ormai un fenomeno strutturale del capitale globale) e che il doppio movimento tra plusvalore relativo e assoluto è produttore di crisi del processo capitalistico. E allo stesso tempo ha concentrato la sua attenzione di economista su come la finanza svolga un ruolo non solo parassitario, come sostenuto da altri economisti in tempi passati.

IN SAGGI DEL RECENTE PASSATO ha scritto di come i fondi pensioni siano entrati nel casinò della finanza per non uscirne più. Ha studiato la crisi fiscale dello Stato nazione e di come sia stata affrontata attraverso l’indebitamento statale – il cosiddetto debito sovrano – e la liberalizzazione della circolazione dei capitali, che ha assegnato alla finanza una sorta di coordinamento informale dello sviluppo capitalistico. Infine ha messo l’accento su come l’erosione dei diritti sociali di cittadinanza abbia portato a una finanziarizzazione della protezione sociale.

La crescita delle assicurazioni sanitarie private, le pensioni non più garantite dallo Stato ma da altre imprese finanziarie, la crescita abnorme del credito al consumo. Per Marazzi, tutto ciò può essere visto da due prospettive. La prima è che l’indebitamento individuale e la privatizzazione del welfare siano state anche la deriva obbligata dalla stagnazione dei salari e della perdita del potere sociale e politico della classe operaia. Anche in questo caso il concetto di plusvalore serve a capire i meccanismi di «cattura» della ricchezza sociale che non possono essere visti solo nel momento del lavoro, ma anche in quello della riproduzione. Pensioni, sanità, istruzione sono fattori non solo sottoposti al regime della valorizzazione finanziaria, ma hanno molto a che fare con il plusvalore estorto.

C’È ANCHE L’ALTRA prospettiva, tuttavia. È quella che parla degli anni d’oro del neoliberismo, entrato in crisi nel 2007. E se l’arcano del plusvalore aiuta sì a capire l’asimmetria del rapporto tra capitale e lavoro (il suo sfruttamento), ma ci sono altri arcani da mettere nuovamente a fuoco. Grande merito del libro di Marazzi, oltre la chiarezza della sua esposizione, è l’invito a riprendere il marxiano lavoro della talpa.