Pubblichiamo, dal sito Comune-info.net, un articolo di Silvia Ribeiro e tradotto per Comune-info, da Daniela Cavallo.

Silvia Ribeiro
, messicana, è la diretttrice di ETC Group, un'organizzazione internazionale con sede nelle Filippine e uffici in Canada, Messico e Stati Uniti. ETC Group lavora per affrontare le questioni socioeconomiche ed ecologiche che le nuove tecnologie determinano sulle popolazioni più vulnerabili del mondo
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Centinaia di organizzazioni di popoli indigeni, migranti, abitanti dei quartieri, femministe, comunità nere e altre comunità cittadine e rurali degli Stati Uniti si sono riunite nei giorni scorsi a San Francisco per denunciare le finte soluzioni ai cambiamenti climatici proposte al summit convocato da Jerry Brown. Il governatore californiano critica Trump e si vanta pubblicamente di voler far rispettare nel suo Stato gli accordi Parigi, in realtà pensa soprattutto a proteggere gli affari “verdi” delle imprese che lo sostengono.

Oltre alla terra e l’acqua, le imprese e i governi adesso vogliono vendere il cielo, ha detto Tom Goldtooth, dell’Indigenous Environmental Network. Servono a questo i mercati di carbonio e i programmi progettati per privatizzare l’aria e perché le comunità perdano il controllo dei loro boschi. Vogliono imporre progetti di cattura, stoccaggio e uso del carbonio, così come altre proposte di geo-ingegneria, per manipolare e provare a mettere in vendita anche la pioggia, le nuvole e il sole.
Sono necessarie radici per affrontare la tormenta, tanto più profonde e solide quanto più forte imperversa. Si tratta di qualcosa che il cambiamento climatico rende ancora più drammatico. Questo è lo slogan dell’alleanza delle organizzazioni di base e dei movimenti popolari più incisiva degli Stati Uniti. It takes roots, come si chiama in inglese, riunisce quattro grandi reti da tutti i punti cardinali del paese: la Indigenous Environmental Network, la Grassroots Global Justice Alliance, la Climate Justice Alliance  e i movimenti  per il diritto alla città; nelle loro sigle in inglese, IEN, GGJ, CJA e Right to the city.

Nel complesso, si tratta di centinaia di organizzazioni di popoli indigeni, migranti, abitanti dei quartieri, femministe, comunità nere e altre, nella campagna e nella città. Insieme, rappresentano le resistenze di base più significative degli Stati Uniti di fronte all’inquinamento, la devastazione e le ingiustizie ambientali, sociali, economiche, politiche, di genere e culturali.

Dall’8 al 14 settembre, si sono riuniti a San Francisco, California, centinaia di loro delegati, per una settimana di attività e di proteste, con lo slogan “Solidarietà per le soluzioni”. Lo hanno fatto, sia per esprimersi contro il Global Climate Action Summit (CGAC), convocato da Jerry Brown, governatore della California, che per mostrare le loro proposte di azione e soluzione di fronte al caos climatico.

Jaron Browne, uno dei coordinatori dell’alleanza Grassroots Global Justice (CGJ), spiega: “È un enorme sforzo  per le nostre organizzazioni, ma non potevamo lasciar passare questa grande messinscena del governatore che, sotto il manto della sua opposizione a Donald Trump e in nome dell’emergenza climatica, cerca di imporre misure che hanno un impatto devastante sulle nostre comunità”. Jerry Brown, democratico, appare come una presunta alternativa a Trump, perché ha dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto abbandonare l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico e che lo Stato della California continuerà a rispettare tale impegno. “In realtà si tratta di avviare un maggior numero di affari verdi per le grandi imprese. È la storia di sempre”, continua Jaron, “Ci fanno scegliere tra due opzioni terribili e ci reprimono perché non accettiamo nessuna di esse”.

Tra le proposte  presentate al  Global Climate Action Summit ci sono i modi per aumentare i mercati di carbonio – che non hanno avuto alcun effetto nel diminuire il cambiamento climatico, però ne hanno avuto nel moltiplicare i guadagni delle imprese che lo causano, dando loro comunque un alibi verde – e proposte tecnologiche, come mega parchi eolici e solari nei territori indigeni, così come tecniche di geo-ingegneria.

Nessuna di queste proposte mette in discussione lo status quo dell’ingiustizia economica e della devastazione ambientale. In realtà. esse sono complementari alle politiche per un maggiore sfruttamento di combustibile fossile che Trump sostiene apertamente. Per esempio, le proposte di cattura, stoccaggio e uso del diossido di carbonio (CCUS, nella sua sigla in inglese) danno crediti di carbonio alle imprese, anche se aumentano l’estrazione di petrolio e gas.
“Bisogna farla finita con le fonti di inquinamento e le emissioni di gas che fin dall’inizio provocano il cambiamento climatico. Non possiamo farlo attraverso queste misure di mercato o dei rammendi tecnologici”, afferma Jaron. “Dall’Alaska all’Arizona, le nostre comunità sono le più colpite tanto dallo sfruttamento del petrolio, del gas e del carbone, quanto dagli oleodotti e dai gasdotti, dall’inquinamento della terra, dell’acqua e dell’aria, e anche dal cambiamento climatico. Resistiamo a tutto ciò, ma abbiamo anche delle soluzioni reali. Non  parliamo solo della necessità di una transizione giusta per uscire dalla civiltà del petrolio, la stiamo già costruendo. Molte delle nostre comunità e quartieri sono organizzati in cooperative e collettivi che vanno dalle alternative economiche all’attenzione per la salute e contro le violenze”.

Uno di questi esempi viene dai molti successi della resistenza e dalla costruzione della Black Mesa Water Coalition.  Assieme alla più ampia piattaforma Water Protectors, è uno dei movimenti indigeni che hanno animato l’esemplare resistenza contro l’oleodotto Dakota Access e l’accampamento di Standing Rock, che nel 2017 ha riunito tutte le resistenze del paese e ha risvegliato la solidarietà globale.

In questo summit alternativo. si sono presentati anche gli Sky Protector. Tom Goldtooth, della Indigenous Environmental Network (Rete  Ambientale  Indigena), spiega: “Oltre che la terra e l’acqua, le imprese e i governi vogliono vendere il cielo. In questo consistono i mercati di carbonio e i programmi come REDD, progettati per privatizzare l’aria e perché le comunità perdano il controllo dei loro boschi. Come se non bastasse, ci impongono anche progetti di cattura, stoccaggio e uso del carbonio, così come altre proposte di geo-ingegneria per manipolare la pioggia, le nuvole e il sole. Il nostro territorio include i nostri modi di vita e di organizzazione, fino alla terra, all’acqua e al cielo. Tutto questo non è, né è mai stato, in vendita.”

Pubblicato su La Jornada con il titolo Vender el cielo.