Nei suoi libri sostiene che nella congiuntura attuale il capitalismo abbia esaurito la propria capacità di produrre natura a buon mercato. Da dove nasce questa convinzione?
Ogni ciclo di accumulazione ha richiesto finora almeno quattro elementi a buon mercato. I four cheaps, ridotti a beni necessari all’accumulazione, sono stati la forza lavoro, il cibo, l’energia e le materie prime. Ogni grande ondata di accumulazione su scala mondiale si è sviluppata sulla base di vaste ricostituzioni dell’«ecologia mondo», che hanno avuto le rivoluzioni agricole al loro centro. L’attuale momento rappresenta l’ultimo di una lunga storia di limiti e crisi affrontati dal capitale. Tuttavia, penso che oggi non ci siano più le condizioni perché si possa riprodurre un processo di questo tipo, soprattutto a causa del cambiamento climatico, che contribuisce a far aumentare i costi e a ridurre la disponibilità di ognuno di questi elementi. La natura ci sta presentando il conto, sta richiedendo il pagamento di quanto abbiamo sottratto negli ultimi secoli.
Un esempio lampante è il costo progressivo in termini energetici e biologici dell’agricoltura. Il consumo di riserve è tale a livello planetario che entro il 2050 i raccolti saranno notevolmente inferiori a qualunque aspettativa possa avere il mercato globale del cibo.

Il suo campo di ricerca ha una esplicita dimensione militante. Quali sono i principali strumenti di mobilitazione contenuti nella prospettiva dell’«ecologia mondo»?
La mia speranza è che la ricerca teorica possa fornire spunti utili ai movimenti sociali che in tutto il mondo si oppongono non solo agli effetti, ma soprattutto alle cause profonde del cambiamento climatico. Molto opportunamente Naomi Klein ha definito Blockadia questa zona di conflitto transnazionale e itinerante che include e connette lotte sindacali, movimenti ecologici per la giustizia climatica e movimenti popolari di straordinaria potenza come Black Lives Matter, Idle No More e Standing Rock. Credo sia giunto il momento di porre la questione di come costruire una contro-egemonia postcapitalista, che sappia contrastare efficacemente le disastrose politiche ambientali imposte dal neoliberalismo.
Nel libro con Raj Patel – Una storia del mondo a buon mercato, Feltrinelli, n.d.r. – proviamo a dare alcune indicazioni al riguardo e parliamo di ecologia della riparazione, che include il risarcimento monetario del debito ecologico ma, ovviamente, non si limita a esso. In particolare, individuiamo come necessarie pratiche di redistribuzione della ricchezza – sia sociale sia ambientale – e di reinvenzione del lavoro oltre la sua dimensione salariata.
In fondo, chi ha deciso che il lavoro deve essere soltanto una sfacchinata e non anche una pratica di gioiosa condivisione? Su questo punto è bene essere chiari: la rivoluzione ecologica è assolutamente incompatibile con l’etica del lavoro, che, del resto, non è che una penosa eredità coloniale.
Insomma: non contestiamo il duro lavoro e la fatica di produrre ciò che è necessario al benessere sociale, ma chiediamo che il lavoro venga reso quanto più possibile significativo e piacevole. Soprattutto, speriamo che le lotte di lavoratrici e lavoratori sappiano dissolvere il rapporto perverso tra lavoro, vita e gioco che il capitalismo ci impone con la violenza.