Pubblichiamo un articolo: Contro la Movida che, a prima vista, sembra riguardi solo fatti di cronaca torinese.

Il motivo per cui vi proponiamo la lettura non sta tanto nel commento dell'autore, Riccardo Frola, sui fatti accaduti il 20 giugno a Torino; ciò che ha attirato il nostro interesse è il suo più ampio giudizio sul "popolo della notte" e il "diritto alla movida". 

Questo un estratto dell'articolo di Frola:

[...] Ciò che non convince, dell’analisi dei centri sociali, è proprio il giudizio profondo sul fenomeno della movida, interpretato come una “sfera della vita, quella del divertimento, che dovrebbe essere serena e spensierata”, e che sarebbe invece compressa in alcune zone della città da imprenditori senza scrupoli e turbata ”dai corvi con le divise blu che setacciano le piazze”.

Il “popolo della notte”, che si riversa urlante ogni notte nelle strade della città (e del paese), non è affatto prerogativa dei quartieri gentrificati. Nelle periferie, anche in quelle più degradate come -per restare a Torino-, la Barriera di Milano, si assiste semplicemente ad una variante plebea della movida che ha le stesse caratteristiche di quella patrizia dei quartieri bene: gruppi di centinaia di persone che dissipano il tempo della propria esistenza fra schiamazzi,  microcriminalità, partite di pallone e cori da stadio. Nulla di nuovo, se già nel 1961 ci si poteva imbattere nel fenomeno -e nella sua critica- fra le pagine di Internazionale situazionista: “La società dei consumi e del tempo libero è vissuta come società del tempo vuoto, come consumo del vuoto. La violenza che essa ha prodotto (…) costringe già la polizia di numerose città americane ad istituire un coprifuoco per i minori di diciott’anni” .

La movida è piuttosto un sintomo “sereno e spensierato” della decomposizione del capitalismo industriale e della società del lavoro. Il “popolo della notte” è anzitutto un popolo di disoccupati, una maschera di carattere della crisi economica. Il caso di Torino è, al riguardo, esemplare. La città, soltanto pochi anni fa, ai tempi della piena occupazione garantita dalla Fiat, era considerata una città grigia con un centro storico silenzioso come un bosco sperduto: la popolazione, irreggimentata dai ritmi di fabbrica, andava a letto non più tardi delle dieci di sera. Era il mondo in cui, secondo Vaneigem, la garanzia di non morire di fame era stata scambiata con il rischio di morire di noia. Nel mondo radicalmente diverso della movida, a forza di divertirsi, si tornerà presto a morire di fame.

Se “Il problema principale del capitalismo non è più lo sfruttamento, ma piuttosto la massa crescente di esseri umani ‘superflui’: di persone che non sono più necessarie alla produzione” , la movida è anche la tragica rappresentazione di come questi “superflui”, liberati involontariamente e dall’alto dal tempo di lavoro, consegnati alle “forme superiori di analfabetismo” (sempre Internazionale situazionista) garantite dall’insegnamento universitario, non soltanto non dimostrino maggiori qualità e intenzioni rivoluzionarie dei loro nonni proletari e dei loro padri piccoloborghesi; ma addirittura rivendichino il “consumo del vuoto” e la superfluità sociale come un diritto.

LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO DI Riccardo Frola della rivista di critica sociale L'Anatra di Vaucanson