Pubblichiamo l'anticipazione di intervento al seminario che si terrà al Politecnico di Milano il 17 e 18 febbraio, dal titolo «Ricomporre i divari». Autori: Gennaro Avallone e Salvo Torre - da il manifesto del 15.02.2020

  La crisi climatica e la crisi ecologica non sono uguali per chiunque le subisca, anzi hanno effetti differenziati, producendo nuove forme di diseguaglianza. I dati accertati da molti studi hanno reso evidente come il mutamento climatico colpisca più velocemente e con maggior durezza la parte più vulnerabile della popolazione e ridefinisca in modo drammatico la soglia di povertà. Si tratta di un processo che emerge con violenza in corrispondenza degli eventi catastrofici, soprattutto dove sono più deboli le reti di protezione sociale. Chi non può permettersi di ripagare i danni o sostenere gli interventi di prevenzione fa ormai strutturalmente parte della popolazione povera. Il processo segue i contorni della nostra società: donne, popolazione migrante, giovani, sono più vulnerabili; le fasce più povere sono le più colpite dalle crisi ecologiche.

NELLE AREE METROPOLITANE di tutto il pianeta gli eventi catastrofici colpiscono maggiormente la popolazione più povera e la ricostruzione successiva comporta un aumento delle disuguaglianze. Così come la popolazione afroamericana delle città degli Usa meridionali è più colpita dagli uragani, la popolazione delle periferie autocostruite di tutto il pianeta subisce gli eventi atmosferici e vive vicino alle discariche.
Il caso italiano non è estraneo al quadro che Razmig Keucheyan ha definito razzismo climatico. Certo, le ricerche sulle disuguaglianze socio-ecologiche andranno approfondite, soprattutto per il gran lavoro che comporta riferire i dati ai livelli micro-territoriali e alle condizioni di vita. Sembra evidente, però, che anche in Italia le aree più deboli della popolazione sono più esposte ai rischi e vivono più vicino alle zone pericolose o inquinate. Così come è evidente che questa situazione stia portando la maggioranza della popolazione ancora una volta sulla soglia di povertà.

NON ESISTE, infatti, un piano circostanziato di prevenzione degli effetti del mutamento climatico, né un piano di intervento sull’insieme delle crisi ecologiche che disegnano la mappa devastante del territorio italiano. Soprattutto perché l’impianto degli interventi si è sviluppato dentro uno schema fortemente ideologico, in cui i dati e le istanze della popolazione sono scomparsi nel modello neoliberale della finanziarizzazione del sistema.
Ad esempio, la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici assunta dal ministero dell’Ambiente suggerisce come soluzioni, in linea con la strategia europea, il ricorso alle assicurazioni, con l’ottimizzazione delle valutazioni di rischio e del processo decisionale. Si tratta proprio dell’espressione di un approccio ideologico, dell’impossibilità di immaginare altro, dell’idea che il problema creato dalla grande speculazione economica si possa risolvere solo in modo individuale e tramite i mezzi offerti dalla finanza. L’enorme investimento pubblico che richiederebbe l’intervento sul territorio italiano non è neanche concepibile in questo quadro.

CI SONO PERÒ dei modi per aggirare il limite di questo approccio, che richiedono investimenti seri nella ricerca partecipata e nella conoscenza prodotta in modo collettivo, tra cui anche quella dell’epidemiologia popolare. Si può partire rivedendo l’analisi dei 39 Sin (i Siti d’interesse nazionale da bonificare individuati a partire dalla legge Ronchi del 1997) e di come le popolazioni di quei territori siano esposte all’inquinamento, cercando di capire come sia cambiata nel tempo la loro composizione sociale. Gli interventi si sono, infatti, indirizzati negli ultimi decenni soprattutto alla definizione degli specifici siti, senza considerare minimamente la dimensione territoriale o le relazioni sociali, come se si potesse parlare di zone isolate rispetto ai contesti sociali.

UN SECONDO APPROCCIO potrebbe essere rivalutare gli studi sul nesso tra condizioni socio-economiche e fonti di inquinamento. Ad esempio, sebbene con pochi dati a disposizione, già nel 2010 è stato realizzato (da Nicola Caranci e altri) uno studio sulle popolazioni residenti a diverse distanze da inceneritori e discariche in correlazione con un indice di deprivazione calcolato dal ministero della Salute. Le conclusioni indicavano che era stata trovata «una relazione diretta tra la deprivazione a livello di piccola area e la residenza vicino agli inceneritori e alle discariche». Uno studio sui dati provinciali (condotto da Anna Rita Germani ed altri nel 2014) ha indicato, invece, come «i temi della giustizia ambientale in Italia non sono tali da manifestarsi in termini razziali e etnici, ma dal punto di vista delle categorie sociali e della composizione di genere».
Un altro approccio, molto utile, può essere infine riconsiderare i conflitti socio-ambientali, almeno in una prima approssimazione, come indicatori di diseguaglianze riconosciute da parti della popolazione e seguirne la produzione di inchieste. La geografia dei conflitti non riproduce quella dei rischi ambientali; tuttavia, riconoscere almeno una parte di tali conflitti (che si sono espressi a migliaia in Italia negli anni recenti, seppure con diversa intensità) come indicatori di disuguaglianze ambientali potrebbe avere una conseguenza operativa quasi immediata. Potrebbe invitare a modificare la costruzione delle politiche di intervento, privilegiando i meccanismi di produzione partecipata.

LO STUDIO DEI CONFLITTI ambientali consente, tra l’altro, di verificare concretamente l’ipotesi per cui la realizzazione di politiche di programmazione partecipata concorre in maniera sensibile a ridurre l’impatto ambientale delle comunità umane. È una strada tutta da percorrere, che riconosce la valenza dei conflitti socio-ecologici e la grande opportunità che essi offrono in un paese che, come dimostra la vicenda di Nicoletta Dosio e di altri attivisti No Tav, li considera come mali da evitare o, se si presentano, da reprimere.