Copertina di In guerra
Categoria: Cineteca/Dvd
Anno: 2018
Note: Un grande film di denuncia. La lotta per i diritti dei lavoratori. Francia 2018

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Recensione

In guerra
Titolo originale: En guerre
Regia: Stéphane Brizé - Francia 2018, 110', colori
Interpreti: Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie


Una multinazionale chiude in Francia una fabbrica, e gli operai scendono in lotta per non perdere tutto. In guerra va a raccontare la questione oggi di tutte le questioni, la perdita del lavoro, l’assenza del lavoro. Ed è straordinario come il regista Stéphane Brizé lo fa, mimando i linguaggi visivi delle news tv e dei social, entrando con la macchina da presa nelle stanze degli incontri e scontri tra le due parti. Un film ossessivo, ipnotico, claustrofobico, che comunica un senso di intrappolamento e inesorabilità.


Ad Argen, in Francia, una multinazionale con sede in Germania chiude la fabbrica Perrin, una delle sue filiali sparse per il mondo. I salariati, operai in testa, passano alla lotta dura opponendosi alla chiusura, con l’appoggio ovviamente del sindacato. Fermano la produzione, bloccano l’accesso, in uno scontro che durerà mesi e sposserà entrambe le parti. Il cuore duro del film sta nel mostrare, come in un documentario militante di altri tempi ma anche come i resoconti telegiornalistici attuali, i continui dibattiti e confronti e scontri verbali all’interno del fronte combattente e gli incontri tra i delegati delle due parti. In una sovrapposizione continua, confusa e sovreccitata di voci, in un disordine della comunicazione, in una cacofonia che è il sintomo e in parte la causa dell’impossibile conciliazione tra chi lavora nell’azienda e chi la dirige. Al tavolo di volta in volta si presentano per interloquire con i delegati degli operai il management locale, quello nazionale, e il superboss che dalla Germania plana ad Anger per incontrare finalmente, dopo mesi, la gente dell’usine Perrin (esordendo con un infelice “amo la Francia, mia madre è francese, ho una casa di vacanza in Camargue”). Interventi pure di un giudice di conciliazione, del rappresentante del ministro dell’industria, della confindustria francese. E intanto il fronte di lotta si spacca tra gli intransigenti, capitanati dal leader storico Laurent Amédéo (un Vincent Lindon, credibilissimo, con la faccia di uno che in fabbrica ci ha passato la vita) che vogliono tutto, ovvero il proprio posto di lavoro e la non chiusura, e i trattativisti, disposti a cedere in cambio di congruo indennizzo economico. Eppure, nonostante gli infiniti, defatiganti incontri e confronti, non si fanno passi avanti, ognuno resta arroccato sulle proprie posizioni senza concedere niente, senza arretrare di un millimetro. Ma non sono la ripetizione rituale e ossessiva degli slogan da una parte e le altrettanto rituali spiegazioni fornite dall’altra (“siamo costretti a chiudere perché, nonostante la Perrin faccia profitti, questi restano al di sotto del livello previsto, e dunque è necessario delocalizzare”) a impressionare. È il senso di intrappolamento che il film ci comunica, un senso di assoluta immobilità, di blocco di ogni via di fuga. Come quegli horror dei sepolti vivi, o del gruppo di adolescenti rinchiusi nella casa del mostro. Un film claustrofobico in cui Brizé penetra letteralmente con la macchina dalla presa nelle stanze degli scontri e dei confronti, quasi abbattendo le barriere tra realtà e rappresentazione (m’è parso di capire che molti degli attori conservino il proprio nome e portino dentro il film qualcosa di sé), con lunghe sequenze in tempo reale, restituendo tutti i passaggi di un’angosciosa partita da cui, si intuisce, usciranno tutti perdenti. E ci ipnotizza con quei proclami e slogan e mantra autorassicurativi, con quella massa di corpi che si parlano, urlano, urtano, si sbranano. A un certo punto una soluzione, attaverso la mediazione governativa, sembra profilarsi. Sembra, e non dico di più. Le storie individuali e gli stessi individui restano sfuocati lungo una narrazione in cui a prevalere sono l’insieme, il collettivo. Quasi niente si sa di chi vediamo lottare contro l’azienda o difenderla. Solo Laurent emerge come personaggio, con qualche apertura sulla sua vita privata, la casa, la figlia incinta. Ma niente di comparabile a La legge del mercato dove Lindon era il perno intorno al quale ruotava il racconto, il pilastro imprescindible di una storia esemplarissima in cui molti potevano, possono, riconoscersi. Qui no, è il corpo collettivo, plurale, a prevalere, e anche questa è una novità radicale in un flm che sarebbe sbagliato inserire nella scia di un Ken Loach o di un Robert Guédiguian. L’ultima parte conferma in pieno il titolo, con eventi brutali che non ci si aspetta. Si esce scossi da questo film necessario, da vedere qualunque siano le proprie convinzioni ideologiche e politiche.

Autori di questo libro

Brizé Stéphane